
C’è chi racconta l’Argentina come un motore che gira a vuoto, come fa Il Fatto Quotidiano nel suo articolo di oggi e c’è chi si prende la briga di guardare i numeri veri. Perché i numeri, quelli ufficiali, raccontano un’altra storia: l’economia argentina non solo è ripartita, ma lo ha fatto in modo rapido, coerente e sorprendente. E i dati, quelli seri, parlano chiaro. Andiamo per ordine.
L’inflazione? È stata domata
Secondo Il Fatto, “l’inflazione non dà segni di ulteriore calo”, e sarebbe ancora attorno al 4% mensile. Peccato che sia falso. I dati ufficiali (INDEC, Reuters, Financial Times) mostrano che a maggio 2025 l’inflazione mensile è scesa al 1,5%, il livello più basso degli ultimi cinque anni. A dicembre 2023 era al 25,5%. Milei l’ha ridotta di oltre 20 punti in meno di sei mesi, senza ricorrere a scorciatoie monetarie. Questo non è un fallimento, è un caso di studio.
PIL in crescita, ma quale recessione?
Il Fatto parla di stagnazione. Ma i dati ufficiali parlano di +5,8% di crescita del PIL nel primo trimestre 2025 rispetto all’anno precedente (Reuters). Non solo: FMI e World Bank stimano una crescita annua del 5,5% nel 2025. Stagnazione? No, ripartenza.
Riserve e conti pubblici? La svolta
Secondo Il Fatto, “le riserve si sono assottigliate” e “non sono sufficienti”. La realtà è diversa: le riserve lorde hanno superato i 38,7 miliardi di dollari a giugno 2025. E per la prima volta da anni, l’Argentina ha chiuso il bilancio pubblico in surplus primario. L’accordo con il FMI da 12 miliardi di dollari è già attivo, con altri fondi in arrivo. Perfino il FMI, spesso critico, ha definito i progressi “notevoli” e sta valutando un waiver tecnico per lievi scostamenti sugli obiettivi di riserva. Non esiste default tecnico all’orizzonte: esiste una strategia vincente.
Povertà e disuguaglianza: la narrativa ideologica
Nel racconto catastrofista si cita una povertà “in aumento”. Pura propaganda, perché questo è il dato che fa più male agli statalisti cronici. Secondo le stime PPIE e INDEC, la povertà è scesa dal 57% a circa il 38% tra il primo e il quarto trimestre 2024. Un calo del 19% in meno di un anno. Il Gini resta alto, certo, ma la tendenza è verso una stabilizzazione, come potrebbe essere diverso per un paese che fino a 18 mesi fa era nel baratro? Le riforme strutturali richiedono tempo, ma il peggio è passato.
Su Milei è arrivato il momento che anche Il Fatto si occupi davvero dei fatti. Ma l’ineffabile articolo de Il Fatto parla di un Milei isolato, pronto a far saltare tutto con “prestiti per pagare importazioni”. Ma ignora volutamente la crescita degli investimenti privati, la riapertura al credito internazionale, il boom del settore finanziario (+27% in un anno), e l’arrivo di flussi di capitale estero a lungo termine. Non si menziona mai che Milei ha ereditato un paese in pre-default, con zero credibilità e inflazione da guerra. Oggi, l’Argentina è tra i paesi con la più veloce disinflazione al mondo, e sta tornando a parlare con i mercati a testa alta.
La disonestà intellettuale non è un’opinione, non è un “fatto”. Il governo Milei può non piacere a Travaglio &C, ma i numeri dimostrano che sta raggiungendo obiettivi che fino al 2023 sembravano utopia. Parlare di crisi mentre i dati indicano ripresa, significa rinunciare all’analisi per abbracciare la propaganda. Il giornalismo dovrebbe informare, non sabotare. E oggi l’unica verità che conta, l’unico fatto incontrovertibile è questo: l’Argentina ha ripreso a camminare. E per la prima volta da anni, lo sta facendo sulle proprie gambe.
Semmai la critica Il Fatto la dovrebbe fare al governo e a Giorgia Meloni che abbraccia Milei, lo invita ad Atreju, gli conferisce in modo accelerato la cittadinanza italiana, ma poi corre in Parlamento per dire che il modello Milei non è replicabile in Italia e che anche questo governo non saprebbe dove tagliare la spesa pubblica “monstre” che grida vendetta. In Italia serve la motosega liberista e riforme strutturali proprio sul modello Milei, ma per scongiurare questo il cartello statalese è unito e compatto: da Giorgia Meloni a Travaglio.
Andrea Bernaudo, 30 giugno 2025
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