Smontiamo la bufala della “cultura” al Leoncavallo

In un paese diverso, più intransigente e rigoroso, li avrebbero sbattuti fuori a suon di calci nel sedere già da qualche decennio

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Ilaria Salis

Sinistri in subbuglio dopo lo sgombero del Leoncavallo. Le vedove inconsolabili del centro sociale autogestito più famoso d’Italia proprio non riescono a capacitarsi dell’accaduto, ad accettare lo sfratto dalla storica sede di via Watteau, che i leoncavallini occupavano abusivamente dal lontano settembre 1994. Perché trentuno lunghi anni di okkupazione e tre milioni di euro costati allo Stato italiano per risarcire i legittimi proprietari dell’immobile, la famiglia Cabassi, dei canoni d’affitto non pagati, evidentemente, per i nobili okkupanti, non erano ancora sufficienti. Avrebbero, con ogni probabilità, voluto protrarre l’okkupazione anche per il prossimo trentennio, e poi, ancora, per il successivo, continuando a sguazzare nell’illegalità e a gravare sulle tasche dei contribuenti nei secoli dei secoli.

Purtroppo per loro (e per fortuna dei contribuenti italiani), tuttavia, le cose sono andate molto diversamente da come costoro si sarebbero tanto auspicati. Dopo oltre cento sfratti ignorati, notificati dal 1994 ad oggi, il Viminale, come noto, ha deciso di fare calare il sipario su una lunga stagione di irregolarità, peraltro estremamente onerosa per i conti pubblici.
Adesso, a sgombero eseguito, leoncavallini indignati e rossi di vario ordine, grado e sfumatura urlano all’unisono allo scandalo. Così sbraitano, si dimenano, denunciano pubblicamente l’azione forzosa delle “destre”, desiderose di “mettere le mani su Milano” e di voler consumare la loro personale vendetta “contro cinquant’anni di cultura e idee” incompatibili con i malsani principi di legalità dei partiti di governo.

Tutto chiaro e lineare, no? Gli amici di Leonka praticano da decenni l’illegalità e l’abusivismo più sfrenato, gravando come tanti piccoli macigni sulle spalle del cittadino, ma le responsabilità sono solo e soltanto da ascrivere all’esecutivo in carica, invidioso di uno spazio unico come il Leoncavallo, e, pertanto, voglioso di colpire a morte cinquanta lunghissimi anni di cultura e idee.

A quale cultura e a quali idee facciano riferimento costoro non è, poi, dato sapersi. Di certo, ciò che è noto, è il modello culturale a cui gli okkupanti orgogliosamente si rifanno: quello fondato sull’illegalità dilagante, sull’abusivismo più smodato, sul parassitismo come modo supremo di approcciarsi alla vita.

In un paese diverso, più intransigente e rigoroso, li avrebbero sbattuti fuori a suon di calci nel sedere già da qualche decennio, e mandati per direttissima a lavorare (verbo per la stragrande maggioranza di costoro ancora sconosciuto). Chi scrive, invece, probabilmente perché mosso da intenti più “liberali”, avrebbe evitato di provocare un simile trauma nell’animo ferito dei leoncavallini delusi, e optato per la decisione uguale e contraria rispetto a quella assunta nelle scorse ore dal Viminale: lasciare questo manipolo di “fini intellettuali” all’interno del centro (se non altro per scongiurare il rischio di doverli incrociare in giro per Milano), completamente immersi in tutta la loro “cultura” e le loro “idee”, e buttare via la chiave.

Salvatore Di Bartolo, 24 agosto 2025

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