
Quando, dopo 30 anni di occupazione, si decide di sgomberare un palazzo occupato illegalmente e gli attivisti di Askatasuna tentano la supercazzola “Facciamo capire, dal ministro Piantedosi a Giorgia Meloni ma soprattutto anche a Lo Russo, che togliere Askatasuna è togliere un bene della città e un bene di tutti quanti, un bene delle lotte, che da più di trent’anni vive questo quartiere e rende meno schifosa questa città ….”, piuttosto che definirli militanti, simpatizzanti di qualche scemenza, antagonisti o giovani incazzati, poniamoci due domande: perché questi giovani sono così antichi e cosa è successo per renderli quello che sono?
Non voglio essere lombrosiano ma è evidente che vi siano delle caratteristiche fisiche che li accomunano a tutte le latitudini e che sembrano predisporre all’imbecillità, non al comunismo o al fascismo cose troppo serie e tragiche, ma all’imbecillità pura e semplice.
Quello che li muove non è politico ma sociale, si trovano, si somigliano, si piacciono. Disegnano striscioni, urlano nei megafoni, fanno i picchetti, scendono in piazza, insomma fanno una vita anni ‘70 con 55 anni di ritardo. La sola evoluzione visibile è il telefonino per immortalare le loro coraggiose proteste e i social per mostrare in diretta le loro straordinarie gesta, convinti che interessi a qualcuno. Sono tristi, sono inutili, sono antichi.
Ma cosa abbiamo sbagliato per farli essere così? Frequentano scuole decenti, viaggiano con poco, hanno accesso a illimitati flussi di informazione, eppure non sono capaci di approfittarne rifugiandosi in una triste parodia dei loro genitori.
Non voglio cadere nel facile sociologismo del rifiuto dell’Occidente, il disagio è più profondo: non rifiutano l’Occidente ne sono spaventati! Se ne sentono rifiutati, sostituendo alla competizione necessaria ad affermarsi, l’impegno su temi più grandi di loro e sui quali non potranno avere alcuna influenza.
Il loro disagio è palpabile nell’incapacità di abbandonare ogni tema identitario anche quando i motivi originari della loro mobilitazione sono stati risolti o superati, ad esempio la TAV o la guerra a Gaza.
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Ma dovremo avere la pazienza di ascoltarli e farci disturbare dalla loro inutilità, assisteremo all’ennesima manifestazione da miliardi di partecipanti, all’ennesimo scontro con la polizia ad uso di telecamere, alle perenni dichiarazioni televisive e ai sottili distinguo.
Quello che mi consola è che sono solamente antichi e si stanno spegnendo. Oggi dobbiamo chiederci se si può essere moderni senza essere woke? Se si può essere conservatori senza essere antichi? Se si può essere di destra senza essere fascisti? Se si può desiderare che le famiglie restino unite senza essere per il patriarcato? se si può essere orgogliosamente occidentali e sentirsi liberi dal peccato originale dello schiavismo o del colonialismo?
Perché riconoscere la superiorità occidentale non significa cadere nell’arroganza, ma assumersi la responsabilità di preservare un’eredità unica di libertà, bellezza, cultura, prosperità.
Perché l’Occidente non è solo un insieme di conquiste economiche o tecnologiche, ma un sistema culturale irripetibile, un’infrastruttura di valori, disciplina, capacità che ha plasmato ciascuno di noi.
La metafora più potente per un Occidente che aspira a restare sé stesso è Il balletto classico, un’arte che celebra la donna, non come oggetto, ma come protagonista di un racconto universale.
È il simbolo della passione assoluta, del sacrificio ripagato e di una bellezza che non ha bisogno di parole per essere compresa. È la prova che l’Occidente ha costruito un modello culturale senza eguali, capace di parlare al cuore dell’umanità.
Il balletto non è solo tecnica, ma un linguaggio universale che incarna l’intera gamma delle emozioni umane: amore, gioia, dolore, sacrificio, persino la morte. È un’arte che sublima l’esperienza umana, trasformando il movimento in poesia visiva.
Questa capacità di rappresentare la complessità della vita attraverso l’arte venendo compresi ad ogni latitudine è un unicum dell’Occidente, un segno della sua superiorità non solo morale, ma anche materiale. Perché il balletto non è solo estetico: richiede infrastrutture, scuole, teatri, finanziamenti, una società che creda nel valore della bellezza e della disciplina e che non abbia paura di premiare i più bravi e i maggiormente dotati.
Disciplina, rispetto, sacrificio, competizione, bellezza, libertà, vi sfido a trovare qualcosa di tutto questo in attesa dell’inevitabile scontro che ci infliggeranno gli antichi giovani di Askatasuna o nelle centinaia di articoli che inonderanno i giornali e nelle migliaia di inutili post che circoleranno sui social.
Non ci dobbiamo rassegnare alla bruttezza, allo scontro, alla violenza, alla marginalità: Noi siamo di più e siamo migliori.
Antonio de Filippi, 19 dicembre 2025
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