Solo Berlusconi può salvarci dal Draghistan

Se il banchiere sale al Quirinale, diventeremo come il Lichtenstein o la Svizzera. Serve Berlusconi

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Siamo destinati a morire draghisti o draghisti. Più che altro siamo destinati a morire di noia. Se infatti l’ex governatore salisse al Quirinale, i giochi sarebbero chiusi per un quindicennio. Una volta i cicli politici duravano un ventennio ma oggi in tempi di accelerazione, come scrive il sociologo Hartmut Rosa, si sono ristretti. Vogliamo cioè dire che l’elezione al Quirinale di Draghi segnerà il definitivo, almeno per il momento, trionfo della tecnica sulla politica.

La politica si consegna a Draghi

Giusta l’analisi filosofica di Marin Heidegger, di Ernst Junger e di Emanuele Severino, la tecnica avrebbe preso il sopravvento da tempo. Ma mentre negli altri paesi essa mantiene una parvenza di autonomia, qui da noi, ancora una volta laboratorio di Europa, stiamo per sperimentare l’annichilimento anche formale della politica. Le forze politiche, votando Draghi, si consegneranno mani e piedi a lui, come le forze del liberalismo e del cattolicesimo politico si arresero di fronte a Mussolini quasi un secolo fa – e non per la marcia su Roma, che fu una parata, ma per i rapporti di forza e perché quei partiti non erano più in grado di governare, neppure minimamente, e certo anche grazie al clima di guerra civile a cui il fascismo aveva contribuito. Con Draghi al Quirinale non succederà più nulla: diventeremo come il Lichtenstein, la Svizzera, il Belgio o l’Olanda.

Il miracolo che serve: Berlusconi al Colle

Ma possiamo ridurci noi come staterelli posticci che, Svizzera a parte, rappresentano la forma concreta della fine della civiltà occidentale? Solo un miracolo potrebbe invertire il destino e questo miracolo si chiama Berlusconi al Quirinale. Solo Berlusconi ci può salvare, potremmo dire parafrasando l’ultima intervista di Heidegger (al posto del Cavaliere c’era Dio però).

Al Quirinale Silvio o FT, è questo il titolo della nuova copertina di #CulturaIdentità in uscita venerdì 7 gennaio nelle edicole di tutta Italia. FT, lo si capisce dalla copertina, è Filippo Tommaso, cioè Marinetti. Berlusconi, prima come imprenditore poi come leader politico, è stato certamente una delle figure più futuriste dell’Italia dal secondo dopoguerra: futurista proprio secondo i dettami marinettiani. “Silvio Berlusconi, Presidente del Csm e quindi sulla cima più alta del Colle: cosa c’è di più futurista di questa scelta?” scrive Edoardo Sylos Labini fondatore e direttore del mensile che inizia il suo quarto anno di vita.

Cosi il numero è idealmente diviso in due parti, però collegate tra di loro. Paolo Becchi, Giovanni Sallusti e Andrea Indini, direttore del sito de “Il Giornale”, discutono l’ipotesi di Berlusconi al Quirinale, che è qualcosa di molto serio. Mentre Marco Gervasoni si sofferma sul futurismo in politica, Max del Papa su Marinetti anteseignano del politicamente scorretto, Angelo Crespi sull’idea di artisti al potere, e Alessandro Giuli, in un dialogo con il direttore, riflette sulle romanità di un futurismo spesso considerato “solo” milanese.

Il geniale movimento futurista fondato più di 100 anni fa da FT Marinetti è lo spunto provocatorio con il quale si analizza o meglio si elettrizza la scena politica italiana in vista della nomina del nuovo Presidente della Repubblica. Imperdibili le interviste inedite a due figli darte, Luce Marinetti terza figlia di Marinetti e promulgatrice del Futurismo nel mondo, scomparsa nel 2009 e Jose Van Roy Dalì figlio del padre del Surrealismo e della sua musa, Gala. Grande attesa anche per #lepiubellifrasidiosho in chiave futurista con Federico Palmaroli che trasporta Marinetti sul Colle. Nel consueto poster mensile con il pantheon dei grandi italiani spazio a Giovanni Verga che nel centenario della sua morte viene ricordato da uno dei più importanti romanzieri italiani, Aurelio Picca, che da questo numero comincia la collaborazione con “Cultura Identità”.

Marco Gervasoni, 6 gennaio 2022

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