Dice l’allenatore Renzo Ulivieri, 84 anni, che lui è comunista, resta comunista avendo sentito la 96enne Luciana Castellina che, da comunista, vuol cambiare il mondo. Convinzioni patetiche o becere che neppure certa attitudine otto-novecentesca può più scusare: cambiare il mondo come? Alla maniera comunista, con la dittatura e gli immani disastri che il mondo ricorda? Non di sinistra, proprio comunista, l’Ulivieri che comunisticamente ha vinto poco in carriera ma ne mena gran vanto: e lo vanno a intervistare, lo stanno ad ascoltare, Repubblica, what else? Con le sue ricette per cambiare il mondo, tanto per cominciare il fatidico boicottare Israele, non farla più giocare. Come a dire fare qualcosa, qualsiasi cosa anche la più stupida o facile o del populismo becero, dell’odio becero. E tira in ballo il sindacato calciatori, quello degli anni Settanta messo su da Rivera e Mazzola con l’avvocato Campana che però serviva a tutt’altro, non a punire, a discriminare ideologicamente ma a dare garanzie di futuro ai colleghi che non sarebbero mai stati campioni ma che almeno a fine carriera potevano cavarsela aprendo un bar. Ulivieri, dicono, ha le sue opinioni e in democrazia si rispettano: perfetto, solo che le sue opinioni comuniste coincidono poco col rispetto democratico se puntano ad escludere, alla rappresaglia sportiva. Lo sport non dovrebbe unire, prescindere da valutazioni politiche?
Questo Ulivieri mette subito in chiaro la sua democrazia alternativa, progressiva e pelosa: “I bambini di Gaza non sono né di destra né di sinistra”. Ma tace su quelli ucraini perché “hanno boicottato la Russia dappertutto”. Cioè quello che vorrebbe fare lui con Israele, senonché un princìpio è un princìpio, se vale per uno, deve valere, deve essere accettato, apprezzato anche per l’altro, o no? Ma siamo nell’epoca degli opportunismi sfrenati e delle democrazie percepite per cui comportamenti analoghi vengono percepiti in modo diametralmente diverso: entrmbi bombardano, radono al suolo da anni ma solo uno è genocida, l’altro se mai la vera vittima che infine, a forza di provocazioni, di ingiustizie ha dovuto a malincuore reagire e tiene le sue ottime ragioni.
Ulivieri parte da Gaza ma le sue argomentazioni non sembrano convincenti, suonano più pretestuose, strumentali per arrivare, aizzato dalla spalla di Repubblica, a dare addosso alle destre, ai Salvini, alle Meloni “troppo schiacciate su Trump”. Si fosse schiacciata su Vlad, il Renzo starebbe zitto. Cosa c’è che non va, che non convince nei sermoni come quello dell’ex allenatore dai pochi successi? Tutto, ma in particolare che questa è la stessa gente che in tempi di dittatura sanitaria non fiatava se non per dichiararsi entusiasticamente d’accordo con la repressione, i ricatti, l’impossibile vivere: ed era d’accordo perché la repressione arrivava da un governo rosso, come un una promessa retrospettiva o postuma di felicità novecentesca, totalitaria. Quell’altro, il Ricci di Pesaro, che promette, una volta eletto, di far riconoscere alle Marche lo Stato di Palestina. Come no? Dal fiume al mare, dal Metauro all’Adriatico. Ma stia là, il Ricci, che ha già abbastanza guai, stia là, che ricorrere a simili mezzucci retorici, populisti è penoso.
Poi si può benissimo sostenere il diritto di parola, la “questione di umanità” che però ricorda sempre la scusa dei liceali per saltare l’interrogazione; si può insistere sullo sport che non deve staccarsi dalla realtà, isolarsi nella sua bolla dorata, ma se lo sport deve servire a dividere, ad impelagarsi nell’ideologismo peggiore, novecentesco… Impedire a una nazionale di calcio di giocare serve a far recedere da una guerra? Non scherziamo, e inoltre, se davvero si vuole mandare “un segnale” del genere, inutile, fanatico, quante sarebbero le rappresentative a non dover più scendere in campo?
Invece i nostri allenatori perdenti, come Mancini, riparano in Arabia Saudita, dove i diritti umani sono meno che percepiti, dove l’atteggiamento con Hamas è sempre stato quanto meno ambiguo, se non di lunga, antica protezione, a prendersi 25 milioni di euro in un anno con la scusa che in patria non sono stati capiti. E che vuoi capire quando fai perdere il secondo Mondiale di fila? Qui non è Israele a venire boicottato, ma l’Italia stessa che si boicotta da sola. Il sindacato vagheggiato dal compagno Ulivieri non pare granché quanto a peso politico: “Ci sono allenatori dilettanti, di squadre femminili, preparatori atletici, siamo in 19”. Cosa fanno? “Andiamo nelle carceri, siamo stati a insegnare calcio a Sharba e Shatila”. Gli chiedono “cosa può fare il calcio per Gaza”, che di per sé è già una domanda demenziale, e la risposta del vecchio allenatore è tutto un programma di velleità, di vaghezza e volendo di megalomania: “Tanto. Siamo qui per porci delle domande, sennò alleniamo l’indifferenza”. Insomma cavarsela coi calembour, nel vuoto straziante di prospettive, di senso compiuto, di concretezza.
Max Del Papa, 21 agosto 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).






