Sono ormai giorni che Elly Schlein resta in silenzio

Dalle piazze ai convegni, poi l’inchiesta su Hamas e Hannoun. e il mutismo: così la sinistra evita le responsabilità

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C’è un silenzio che pesa più di mille dichiarazioni. È quello che da giorni accompagna Elly Schlein sul caso Mohammad Hannoun. Un silenzio imbarazzato, goffo. Perché quando esplode un’inchiesta che parla di finanziamenti al terrorismo e coinvolge una figura che per diverso è stata portata in palmo di mano da pezzi della sinistra, il minimo sindacale non è nascondersi dietro il mutismo selettivo. È spiegare. Prendere le distanze. Chiedere scusa, se serve. E invece niente. Zitti. Come se il problema potesse evaporare da solo.

Le accuse sono pesanti e non arrivano dal bar sport. Secondo quanto ricostruito dalla Guardia di Finanza, Hannoun avrebbe destinato il 71% delle risorse raccolte non alla popolazione di Gaza, ma proprio all’organizzazione terroristica. Milioni di euro. Altro che beneficenza. Il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, lo ha detto senza giri di parole: 2A casa mia chi è amico dei terroristi è lui stesso un terrorista, o ci assomiglia molto”. Parole dure, certo. Ma davanti a fatti così, il problema non è il tono. È il contenuto.

Il punto politico è un altro: Hannoun non era uno sconosciuto. Non è spuntato dal nulla. È stato invitato, applaudito, ossequiato. Conferenze, convegni, cortei, foto di rito. Una frequentazione pubblica, rivendicata, ostentata. Eppure oggi improvvisamente nessuno lo conosce più. Smemoratezza collettiva. O quasi. C’è chi minaccia querele, chi parla di strumentalizzazioni, chi minimizza le immagini. Tutti bravissimi a cancellare il passato con un colpo di spugna.

Peccato che quel passato fosse noto. Hannoun era finito sui giornali più volte ed era stato inserito nel 2023 nella blacklist del governo americano. Non proprio un dettaglio. E allora la domanda è semplice: possibile che nessuno sapesse nulla? Possibile che l’ossessione per una certa causa abbia spento ogni radar, ogni prudenza, ogni verifica? E Elly non ha niente da dire?

Nel frattempo, Hannoun ha scelto di non rispondere al giudice per le indagini preliminari. È un suo diritto sacrosanto sul piano processuale. Ma per chi si è presentato per anni come presidente di una presunta associazione di beneficenza, è quantomeno singolare. Ancora più singolare è il silenzio di chi con lui ha condiviso palchi e microfoni. Qui non si tratta di sostituirsi alla magistratura. Si tratta di responsabilità politica e morale.

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Giuseppe Conte, dopo giorni di afonia, ha finalmente ritrovato la voce. Ma lo ha fatto nel modo peggiore: il contrattacco vittimista. In un video sui social parla di “follia assoluta”, di tentativi di “infangare”, di strumentalizzazioni contro una “battaglia giusta”. Nessuna parola chiara su Hannoun. Nessuna presa di distanza netta. Nessun “abbiamo sbagliato”. Solo un riflesso condizionato: spostare l’attenzione, alzare il volume, evocare il genocidio per evitare il tema centrale.

E torniamo alla Schlein. Ancora silenzio. Totale. Assordante. Da una leader che dispensa quotidianamente lezioni di moralità, ci si aspetterebbe qualcosa di più di una strategia da tre scimmiette: non vedo, non sento, non parlo. Ma la politica non funziona così. O almeno non dovrebbe. La verità è che questo caso scoperchia un problema più profondo: una leggerezza inquietante nei rapporti con ambienti che nulla hanno a che fare con i diritti umani e molto con l’islamismo radicale. Una superficialità ideologica che porta ad abbracciare chiunque purché “contro l’Occidente”, salvo poi fingersi sorpresi quando emergono le ombre.

Il silenzio, in certi casi, non è prudenza. E più passa il tempo, più quel silenzio diventa una risposta. La peggiore possibile.

Franco Lodige, 31 dicembre 2025

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