Riparte l’attacco al piano Albania. Alcuni giornali, a partire da La Stampa, si lamentano dei costi dei Cpr e la sinistra subito coglie la palla al balzo. “114 mila euro al giorno buttati per avere 20 persone trattenute” il j’accuse dei soliti noti. Ma la realtà è un’altra, con buona pace dei chiacchieroni: se prendiamo in considerazione i soldi sperperati tra coop e simili – amichetti di Casarini compresi – dai governi Pd, altro che 114 mila euro al giorno…
Andiamo per gradi. Tutto è partito da un dossier firmato da ActionAid e Università di Bari, che punta il dito contro il Cpr di Gjader, definito — con toni apocalittici — come “lo strumento più costoso, inumano e inutile nella storia delle politiche migratorie italiane”. Il centro, operativo per soli cinque giorni nel 2024, avrebbe registrato un costo giornaliero di 114 mila euro. Una cifra che ha subito innescato la reazione dei soliti noti. La segretaria del Pd Elly Schlein si è lanciata nel solito comizio, chiedendo “scusa agli italiani” per quella che ha definito “un’operazione illegale”. Stessa musica da parte di Avs, con Bonelli e Fratoianni che parlano di “fallimento annunciato”, e da +Europa, con Riccardo Magi che evoca “centinaia di milioni bruciati”. Anche Italia Viva, per bocca di Davide Faraone, si unisce al coro, parlando del Cpr albanese come “il più costoso della storia”.
Ma le cose stanno davvero così? Perchè per temi così delicati è necessaria un’analisi lucida e non ideologica. Il Viminale difende con forza la scelta strategica di aprire i centri in Albania, definendola “un investimento fondamentale” e un modello che in Europa sta riscuotendo attenzione e apprezzamento. “È una risposta concreta, strutturata ed efficace — fanno sapere dal ministero — che consentirà, una volta a regime, di ridurre i costi di accoglienza e velocizzare i rimpatri, in linea con le nuove normative europee in vigore dal 2026”.
Il protocollo tra Roma e Tirana, siglato a fine 2023, prevedeva la realizzazione di 400 posti a Gjader e di strutture accessorie a Shengjin. Secondo i dati raccolti dal portale “Trattenuti”, i costi complessivi per la costruzione ammonterebbero a 74,2 milioni di euro, con una spesa per posto effettivo che supera i 153mila euro. Un confronto con l’Italia mostra numeri molto diversi: a Porto Empedocle, 50 posti sono costati un milione, poco più di 21mila euro l’uno. Ma il paragone, evidenziano alcuni analisti, non tiene conto delle differenze logistiche, burocratiche e geopolitiche tra i due Paesi.
Certo, i costi iniziali ci sono stati — come in ogni infrastruttura strategica — ma il progetto è solo all’inizio e i frutti si vedranno nei prossimi mesi. Intanto, secondo i dati riportati, lo Stato ha investito circa 528mila euro per l’accoglienza e la logistica delle forze dell’ordine italiane presenti in Albania, che assicurano il funzionamento del centro. Quel che è certo è che l’alternativa — ovvero il sistema migratorio ereditato dalla sinistra — è insostenibile. Il Viminale ricorda che solo nel 2022 l’accoglienza in Italia è costata oltre 4 milioni al giorno, una cifra mostruosa che cresceva anno dopo anno, senza alcun miglioramento in termini di efficienza nei rimpatri. Rimpatri che restano il vero tallone d’Achille del sistema.
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Ma c’è anche un altro tema che il Pd e gli altri partiti di sinistra evitano volentieri, ossia i soldi sperperati dalla loro gestione. Sì, perché possiamo tranquillamente di montagna di soldi pubblici divorata durante gli anni della “emergenza migranti” gestita dal centrosinistra. Bastano i numeri. Nel 2013, gli sbarchi furono 42 mila. Nel 2017, l’anno nero dell’invasione, si toccò il record di 181 mila migranti arrivati sulle nostre coste. Quell’anno, ben 183 mila persone erano ospitate nei centri di accoglienza. Un’ondata che il governo dell’epoca riuscì ad arginare solo in parte grazie agli accordi Italia-Libia voluti dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti. Ma intanto il sistema Cas (Centri di accoglienza straordinaria) esplodeva.
Secondo Openpolis, nel 2017 l’80,8% dei migranti veniva accolto proprio nei Cas, strutture spesso affidate con procedure opache, in molti casi dirette, e con costi fuori controllo. I numeri dell’Anac parlano chiaro: dai 783 milioni di euro del 2014 si è passati a quasi 3 miliardi nel 2017. Una spesa che si è triplicata in appena tre anni. Nel dettaglio, gli appalti pubblici per la gestione dei centri sono passati da una media di 299 milioni nel 2012 a quasi 1,3 miliardi nel 2017. Un fiume di denaro. Solo la città di Trapani, tra il 2012 e il 2018, ha gestito oltre 73 milioni di euro attraverso 337 affidamenti diretti. Numeri che rappresentano circa il 20% del totale nazionale. Altro che gestione oculata.
E se qualcuno volesse bollare questi dati come propaganda, basti citare l’Osservatorio Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica, guidato dall’economista Carlo Cottarelli – eletto con il Pd, non con le destre -. Secondo i Def del 2017 e del 2018, il costo annuo dell’immigrazione è passato dagli 840 milioni del 2011 ai 4,4 miliardi del 2017. Un aumento spaventoso, che comprendeva tutto: salvataggi in mare, assistenza sanitaria, scolastica e l’intero impianto dell’accoglienza.
La Corte dei Conti, nella relazione del 2018, metteva nero su bianco: ogni migrante costava tra i 30 e i 35 euro al giorno nella prima accoglienza, che salivano a circa 33 euro nella seconda fase. E per i minori stranieri non accompagnati, la spesa giornaliera toccava i 45 euro. In queste cifre rientravano tutto: pocket money, scheda telefonica, kit igienico, vestiti, medicinali, pasti, gestione amministrativa. Il famoso “sistema dei 35 euro” tanto criticato — a ragione — dal centrodestra.
E non finisce qui. Come ricordato dal Giornale, sempre secondo la Corte dei Conti, tra il 2013 e il 2018 il Viminale ha gestito 297.646 richieste di asilo, quasi la metà di tutte quelle presentate nei 25 anni precedenti. Una pressione senza precedenti sul sistema statale e sulle casse pubbliche. Alla fine, a guadagnarci davvero, è stato solo il business dell’accoglienza, che in alcuni casi — come disse un noto indagato in un’inchiesta — “rendeva più della droga”. Questo era il modello Letta-Renzi-Gentiloni: porti aperti, bilanci disastrosi e gestione fuori controllo.
Franco Lodige, 25 luglio 2025
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