
Secondo una nota della Procura di Pavia, la quale assai correttamente fornisce informazioni alla stampa col contagocce sul caso di Garlasco, il dna ignoto trovato sulla garza utilizzata 18 anni fa dal medico legale per il prelievo di materiale biologico dalla bocca Chiara Poggi potrebbe coincidere con quello di un cadavere sottoposto ad autopsia prima dell’omicidio della ragazza. Ciò, se confermato, dimostrerebbe ancora una volta che la prima indagine presenta buchi inaccettabili e che, di conseguenza, le prove granitiche che hanno determinato la condanna di Alberto Stasi granitiche non sono.
In particolare, gli inquirenti sospettano che la traccia genetica «ignota» presente sulla garza utilizzata in sede di autopsia potrebbe coincidere con materiale biologico proveniente da un diverso cadavere esaminato nello stesso periodo, configurando una possibile contaminazione di laboratorio. Il nuovo accertamento mira a ricostruire la catena di custodia, a mappare le aree di possibile trasferimento del materiale biologico e a chiarire la pertinenza forense del reperto rispetto al delitto di Garlasco.
Inoltre, nella nota si rende noto che sono state affidate nuove verifiche alla antropologa e medico legale Cristina Cattaneo, onde analizzare ulteriormente le cause della morte della povera Chiara Poggi. Alla celebre professionista, che si occupò del delitto di Yara Gambirasio, viene chiesto un approfondimento su cause del decesso, compatibilità delle lesioni e affidabilità dei reperti. Il mandato include un riesame medico-legale della scena del crimine e dei protocolli usati nel 2007, con attenzione alle procedure di prelievo nella cavità orale e all’uso di garze sterili. L’obiettivo è verificare se la traccia genetica «ignota» abbia reale valore probatorio o debba essere esclusa per contaminazione.
Ora, proprio in merito ai riscontri del 2007, relativi all’autopsia eseguita dal medico legale Marco Ballardini, tutto porta a concludere che l’orario della morte non coincida affatto con quello, modificato all’indietro successivamente, indicato nella sentenza che condannò Alberto Stasi. Ciò in base a tre riferimenti scientifici abbastanza solidi: il rigor mortis, l’ipostasi cadaverica e la temperatura post mortem. Ebbene in tutti e tre i casi la valutazione del patologo indicavano con buona approssimazione il decesso intorno alle 11 , ovvero quando l’attuale condannato aveva un alibi granitico, tant’è che per poterlo incastrare l’orario fu “magicamente” modificato alle 9:30. Senza poi considerare l’assurdità di una ricostruzione, nella quale in 23 minuti Stasi avrebbe ucciso la fidanzata, si sarebbe ripulito del sangue nel bagno di casa Poggi, eliminando ogni traccia, visibile e occulta, dal lavandino e dall’interno del relativo sifone – smontandolo e rimontandolo -, per poi tornare in bicicletta a casa alla velocità della luce, tanto da non essere visto da nessuno.
Quest’ultimo aspetto, che evidentemente deve essere sfuggito ai giudici che hanno condannato il ragazzo dagli occhi di ghiaccio, in un Paese normale probabilmente avrebbe scagionato l’imputato – così come in effetti è avvenuto nei due primi gradi di giudizio – ma non in Italia, in cui siamo talmente garantisti che per mandare in galera un disgraziato servono ben cinque processi tutti basati su labili indizi e, da quel che apprendiamo oggi, un diffusa contaminazione dei reperti.
Claudio Romiti, 13 agosto 2025
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