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Suggerimento a Ranucci: pubblica tu i veri costi di Report

Invece di minacciare querele, i giornalisti del programma di Rai 3 potrebbero fare ciò che chiedono agli altri: dimostrare totale trasparenza

ranucci il tempo report
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C’è un paradosso evidente nella vicenda che coinvolge Sigfrido Ranucci e Report. Per anni, la trasmissione di Rai3 ha fatto della trasparenza sui compensi, sugli incarichi e sull’utilizzo del denaro pubblico una delle proprie bandiere. Gli stipendi degli altri diventavano materia d’inchiesta, i costi delle istituzioni finivano costantemente sotto la lente d’ingrandimento della trasmissione, i privilegi venivano svelati e raccontati al pubblico. Nessuna reticenza sembrava giustificabile quando a essere interrogati erano gli altri.

Ora, però, che il faro si è spostato proprio sulla redazione di Report, il clima sembra improvvisamente cambiato.

Il Tempo ha pubblicato alcune cifre relative ai costi sostenuti dalla trasmissione per alcuni suoi inviati, definendole come stipendi. Ranucci e la redazione hanno reagito duramente, annunciando querele e contestando la ricostruzione: quelle somme, sostengono, non corrisponderebbero agli stipendi individuali, ma comprenderebbero anche le spese necessarie alla realizzazione dei servizi. La redazione ha inoltre denunciato la diffusione di un documento interno della Rai.

Se i dati sono errati, è sacrosanto contestarli. Se sono stati presentati in modo fuorviante, è altrettanto legittimo chiedere una rettifica. Ma qui il problema non è soltanto stabilire se una cifra sia corretta o meno. Il problema è la coerenza. È difficile sostenere che il cittadino abbia il diritto di sapere quanto guadagnano o quanto costano politici, manager, dirigenti e dipendenti pubblici, salvo poi considerare quasi intollerabile che qualcuno faccia le stesse domande quando il soggetto osservato è una trasmissione del servizio pubblico.

Non è in discussione il diritto di Ranucci a difendersi da informazioni che ritiene false. Quel diritto è indiscutibile. Ma proprio un programma che ha costruito una parte consistente della propria autorevolezza sull’idea che nulla debba essere sottratto allo sguardo dell’opinione pubblica dovrebbe essere il primo a offrire la massima chiarezza. E allora la soluzione sarebbe semplicissima: pubblicare i numeri reali. Quanto costa una puntata di Report? Quanto viene speso per gli inviati? Quanto per i viaggi? Quanto per il montaggio? Quanto per le trasferte? Quanto viene effettivamente corrisposto ai singoli professionisti?

Se, come sostiene la redazione, le cifre contestate non rappresentano affatto gli stipendi dei giornalisti, ma includono una serie di costi di produzione, non ci sarebbe nulla di più semplice che spiegare pubblicamente, voce per voce, come vengono utilizzati quei soldi.

Sarebbe una risposta perfettamente coerente con la filosofia di Report.

E invece assistiamo da giorni a una reazione che, almeno sul piano dell’immagine, appare sorprendentemente diversa da quella che ci si aspetterebbe da chi ha fatto della trasparenza una missione giornalistica. Il punto, infatti, non è stabilire se un inviato di Report guadagni tanto o poco. E nemmeno giudicare a priori se quei compensi siano giusti o meno. Il punto è un altro: se la trasparenza è un valore, deve esserlo sempre. Non soltanto per gli altri.

Altrimenti si finisce per applicare una regola piuttosto singolare: il diritto di sapere è sacrosanto finché riguarda il vicino di casa, mentre diventa invasivo quando qualcuno bussa alla nostra porta. Questo è il vero cortocircuito made in Report. Ranucci ha costruito la propria credibilità professionale anche sulla capacità di porre domande scomode. È esattamente ciò che dovrebbe fare un giornalista d’inchiesta. Ma il giornalismo d’inchiesta, se vuole essere credibile, deve accettare la reciprocità: chi pone domande deve essere disposto a riceverle.

Non esiste una trasparenza a senso unico. E soprattutto non esiste una zona franca per chi, per mestiere, entra nelle zone franche degli altri. Se le cifre pubblicate sono false, Ranucci lo dimostri. Metta sul tavolo i dati corretti, spieghi ogni singola voce di spesa e renda impossibile qualsiasi equivoco.

Così dimostrerebbe che le accuse sono infondate e, contemporaneamente, confermerebbe nei fatti quella cultura della trasparenza che Report ha sempre rivendicato. Altrimenti il rischio è che permanga una spiacevole impressione di doppio standard. Quando il faro di Report illumina gli altri, la luce deve essere potentissima. Quando qualcuno prova a puntarlo sulla brigata Ranucci, improvvisamente si cerca l’interruttore.

E questo, per un programma che ha fatto dell’inchiesta perenne e della trasparenza la propria cifra identitaria, è un problema molto più serio di qualche numero pubblicato su un giornale.

Salvatore Di Bartolo, 19 agosto 2026

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