Guerra a Kiev

Sull’Ucraina è ora di dire queste verità

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Amicus Plato sed magica amica Veritas! Non sono pochi i colleghi ed editorialisti che mi stanno guardando in cagnesco e mi hanno quasi tolto la loro stima per il diverso giudizio che ho dato in passato sulla guerra in Ucraina, un giudizio forse troppo influenzato da John Mearsheimer e dagli articoli da lui scritti per il ‘Foreign Affairs’. Quanto gli opinion makers dicono dell’Ucraina fa pensare alle esaltazioni prebelliche – seguite all’attentato di Sarajevo e all’ultimatum di Vienna – della piccola e valorosa Serbia, violentata dal mostro austro-ungarico. Una retorica che contribuì a scatenare lo Sturm und Drang bellico che avrebbe segnato la finis Europae e della sua centralità planetaria. La storia, si dice, non si ripete ed è quanto spero vivamente.

Agli amici, pieni di ardore e restii a ogni compromesso con quello che, per loro, resta sempre – anche con la caduta del comunismo – l’Impero del Male, propongo uno scenario che forse va facendosi sempre più probabile. Priva di adeguati sostegni economici e militari, l’Ucraina – dopo aver detto che nessun centimetro quadrato del suo territorio verrà dato a Putin – acconsente a sedersi al tavolo delle trattative e, in cambio della fine delle ostilità, rinuncia alla Crimea e si rassegna all’indipendenza delle repubbliche del Donbass (cioè al loro ritorno alla Russia).

Un cinico Kissinger avrebbe concesso a Putin il ‘bottino di guerra’ già prima dell’apertura delle ostilità, e, in tal modo, avrebbe risparmiato agli Ucraini massacri di civili, distruzioni di monumenti ed edifici, collasso dell’economia – qualche volta il cinismo può rivelarsi ‘umanitario’: anche il principio ‘meglio rossi che morti’ può avere una sua etica. E perché Kissinger avrebbe agito così? Perché lui, come me (si licet magnis componere parva) aveva ben presente l’etica della responsabilità che, secondo Max Weber – mio termine fisso d’ogni consiglio – dovrebbe essere la stella polare della politica. “V’è una differenza incolmabile – scriveva Weber nel 1918 – tra l’agire secondo la massima dell’etica della convinzione’, la quale – in termini religiosi – suona: ’Il cristiano opera da giusto e rimette l’esito nelle mani di Dio’, e l’agire secondo la massima dell’etica della responsabilità, secondo la quale bisogna rispondere delle conseguenze (prevedibili) delle proprie azioni”.

Seguire l’etica della responsabilità vuol dire agire in modo da lasciare il mondo migliore di come lo si è trovato. Non pochi osservatori realisti, tra i quali appunto John Mearsheimer – l’erede spirituale di Samuel P. Huntington e il teorico dell’approccio ‘realistico’ alla politica estera – e, prima di lui, George Kennan, si chiedevano che bisogno ci fosse di estendere la Nato fino alle porte di Mosca, suscitando la stessa (comprensibile) reazione ai missili sovietici a Cuba mostrata dalla Casa Bianca (Grande fu in quel frangente John F. Kennedy e De Gaulle non mancò di porsi al suo fianco, in caso di conflitto armato con l’URSS !). L’aver ignorato tali consigli ignorati ha portato alla tragedia ucraina, giustificabile, ormai, solo in nome della weberiana etica della convinzione. (Qualcuno potrebbe insinuare che Kiev è stata usata cinicamente dagli Stati Uniti per ridimensionare drasticamente la potenza militare della Russia ma si conceda pure che si tratta di un’ipotesi cinica e complottista formulata dai soliti antiamericani, di destra e di sinistra). Tra le migliaia di tombe dei morti ammazzati, ci consoleremo pensando che hanno ‘testimoniato’ il Giusto? E dimenticheremo che a farli trovare sottoterra sono state le tifoserie euroamericane che li incitavano a combattere fino all’ultimo ucraino senza che loro versassero una sola goccia di sangue per abbattere il predone moscovita (tutt’al più hanno pagato più care le bollette della luce).

In realtà, nell’analisi di questa guerra si sono dimenticati due fatti cruciali:

  1. che l’Ucraina non è uno stato nazionale ma uno stato multinazionale, in cui le minoranze etniche non ucraine si sono sentite sempre discriminate. La vecchia russofona del Donbass costretta a comunicare per iscritto con le autorità in lingua ucraina, a lei ignota, non poteva certo dirsi entusiasta della democrazia zelenskyana. Ricordo solo un episodio significativo, di cui sono stato protagonista. Anni fa, quando la Crimea era ucraina, invitai alcuni studenti, appartenenti alla minoranza italiana, a frequentare il CISI (in sostanza l’Università per stranieri di Genova) da me diretto: non se ne fece niente giacché Kiev non riconosceva la minoranza italiana. Solo con l’annessione russa agli studenti italo-crimeani furono concessi i passaporti per venire in Italia. C’è ancora qualcuno disposto a ricordare gli accordi di Minsk – per i quali si diede da fare anche il nostro Renzi – e le ragioni del loro mancato rispetto? Delle minoranze russofone non gliene fregava niente a nessuno;
  2. che Zelensky (uno tra i dieci capi di stato più ricchi del mondo, ma sembra che lo debba al lavoro svolto nel mondo dello spettacolo e alla tv ucraina, dove evidentemente si guadagna più che in Italia) è un dittatore – e, ammettiamolo pure, nel senso romano del termine – che ha messo al bando dodici partiti, imbavagliato la stampa, imposto la nazionalizzazione forzata a lituani, moldavi, rumeni, russi, sudditi (non cittadini) dello stato sovrano ucraino. È proprio il caso di farne un Cavour balcanico?

Il grande Presidente Woodrow Wilson – che ebbe il torto di far prevalere l’etica della convinzione sull’etica della responsabilità – per moralizzare i rapporti internazionali teorizzò (mazzinianamente) il principio di nazionalità. Perché non farlo valere, nel nostro tempo, per i popoli inglobati nello stato ucraino? Forse è utopico proporre oggi un referendum, sotto il controllo delle Nazioni Unite, per accertare se in Crimea e nel Donbass si vuol vedere sventolare sui palazzi pubblici la bandiera di Kiev o quella di Mosca ma è una proposta che, per così dire, almeno ci ‘salverebbe l’anima’.

Ultimo rilievo. Quando si continua a ripetere che la Russia ha invaso un paese sovrano si ricorda un fatto incontestabile, che getta una luce assai sinistra su Mosca, ma si dimentica che lo stesso fece il Regno di Sardegna invadendo, con l’alleato francese, il Lombardo-Veneto e, con i Mille, il Regno delle Due Sicilie. Se ne deve dedurre che le violazioni del ‘diritto internazionale’ sono oggetto di scandalo… a seconda di chi viene invaso?

Termino con un’altra citazione latina: Dixi et servavi animam meam.

Dino Cofrancesco, 14 dicembre 2023

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