Suona la sveglia per Schlein e Conte

Goffredo Bettini, figura storica del Pci, oggi Pd, sposa l'iniziativa dell'assessore Onorato per rilanciare il campo largo progressista

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Schlein Conte

Da Roma è suonata una “sveglia” che scuote la sinistra, da troppo tempo addormentata tra liturgie congressuali, identità smarrite e leadership allergiche al dibattito. Lo squillo, però, risuona forte anche per la destra, sempre più chiusa nel proprio riflesso di potere e autoconvinta – nonostante i segnali negativi – di essere imbattibile.

Al Parco dei Principi, davanti a oltre 700 tra amministratori locali, imprenditori, intellettuali, quindici centri studi e un fiume di giovani, non si è vista la solita passerella, ma una chiamata alle armi politica: il tentativo serio e determinato di ricostruire un campo largo riformista, partendo dai territori, dai problemi reali delle persone e dalla voglia di affrontarli concretamente e con spirito di governo, mettendo ‘in rete’ le migliori esperienze locali.

Alessandro Onorato, l’assessore più smart della giunta capitolina, anima e cuore di questa iniziativa – “Viva Roma Sempre” – ha mostrato che esiste un’Italia viva (ogni riferimento è puramente casuale), ignorata dalle segreterie e insofferente ai professionisti della testimonianza. Un’Italia fatta di giovani, mondi produttivi e civic network che non cercano capi carismatici, ma solidità di idee da attuare. Non sventolano bandiere, ma proposte. E sotto il solleone romano sono arrivati da tutta Italia: non per una photo opportunity, ma per una visione.

È da lì che il centrosinistra che guarda al centro può ripartire, dopo la sbornia simil-ideologica del sistema Schlein. Dove chi amministra ogni giorno il conflitto sociale può tornare a parlare al Paese reale, quello che lavora. Non è un caso che tra i primi a intercettare questa traiettoria ci sia Goffredo Bettini, figura storica della sinistra italiana, che dalla stagione finale del PCI alla fondazione del Pd ha saputo tessere ponti tra culture diverse. Con relazioni che vanno dalla Segreteria di Stato vaticana a Gianni Letta, da Conte a Renzi, Bettini è stato uno dei pochi a comprendere che, senza una “tenda” in grado di accogliere anche il mondo cattolico, liberale e civico, la sinistra è tagliata fuori da una parte importante della società.

Per il centrodestra il segnale è altrettanto chiaro: non si governa all’infinito per inerzia. L’astensione regala maggioranze, non consenso. E se Giorgia Meloni continua a brillare di luce propria, intorno a lei si muove una classe dirigente non alla sua altezza, chiusa tra auto blu e autoreferenzialità. Ecco perché, paradossalmente, la premier farebbe bene ad anticipare il voto al 2026: perché, se il “civismo” continua a crescere, i tanti piccoli Onorato disseminati per l’Italia e venuti a Roma per riconoscersi possono logorare la falange meloniana. E, nel 2027, metterla persino in crisi. Roma ha lanciato una sfida al sistema: alla sinistra, che deve svegliarsi; alla destra, che deve smettere di specchiarsi; e a un’intera classe politica che ha perso il senso del Paese reale.

Mutatis mutandis, quello che si muove oggi attorno ad amministratori, professionisti e reti territoriali richiama – in chiave laica e progressista – il ruolo che ebbero nel 1948 i Comitati Civici di Gedda: mobilitare la società contro l’autosufficienza delle élite e rimettere la politica con i piedi nella realtà. Allora furono l’arma segreta del fronte cattolico. Oggi possono diventare il motore silenzioso di un nuovo fronte riformista. Sperando che non sia l’ennesima occasione persa.

Luigi Bisignani per Il Tempo

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