Ancora un caso di brutale violenza in una periferia romana, ancora un crimine commesso da immigrati. E ancora una volta, a finire in manette è un immigrato con permesso di soggiorno “umanitario”. È accaduto all’alba di domenica scorsa, a Tor Tre Teste, quartiere a est della Capitale: una donna di 60 anni stava passeggiando con il proprio cane in un parco, quando è stata aggredita, rapinata e violentata.
Il responsabile ha un nome e un volto: si tratta di un 26enne originario del Gambia, incensurato, in Italia dal 2016, regolarizzato appena quest’anno grazie a un permesso speciale per motivi umanitari. A fermarlo sono stati i carabinieri nei pressi della stazione Termini. Proprio lì il giovane si era diretto anche subito dopo lo stupro. È stato incastrato dalle telecamere e, una volta individuato, ha confessato senza esitazioni: ha ammesso di essere l’autore della violenza, sostenendo di aver agito sotto l’effetto di droga acquistata poco prima nel quartiere Quarticciolo, noto punto caldo dello spaccio romano.
Il 26enne, che ufficialmente lavorava come manovale per una ditta di Guidonia, era ospite da un connazionale a Nettuno. Ma pare frequentasse regolarmente l’area della stazione Termini, dove è stato infine riconosciuto grazie a due dettagli: le scarpe e il berretto che indossava la mattina dello stupro. A confermare la sua identità anche la stessa vittima, che ha descritto l’aggressore con precisione e lo ha riconosciuto senza dubbi. Il racconto della donna è agghiacciante. “È stato un incubo durato dieci minuti”, ha detto ai soccorritori, sotto choc. Erano le sei del mattino e il parco era deserto. L’uomo si è avvicinato all’improvviso, le ha strappato il cellulare e l’ha trascinata con violenza. Solo dopo che l’aggressore si è allontanato, la sessantenne è riuscita a tornare a casa e lanciare l’allarme. Trasportata in ospedale, per lei è stato attivato il protocollo rosa dedicato alle vittime di violenza sessuale.
Le indagini sono state serrate. I carabinieri hanno passato al vaglio ore di filmati di videosorveglianza, ricostruendo con pazienza il percorso dell’aggressore. Le ricerche si sono concentrate tra Tor Tre Teste e Termini, basandosi su dettagli dell’abbigliamento, poiché dalle immagini non era possibile distinguere chiaramente i tratti del volto. Il riconoscimento definitivo è arrivato in via Giolitti, dove i militari lo hanno bloccato. Aveva ancora indosso gli stessi indumenti. Ora gli investigatori lavorano per accertare se l’uomo fosse davvero sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, e soprattutto da chi le avrebbe acquistate. Gli occhi sono puntati sul Quarticciolo, quartiere considerato una “zona rossa” della città, dove da tempo si ipotizza di esportare il cosiddetto “modello Caivano”.
Nell’ultimo anno, la zona è stata teatro di scontri con le forze dell’ordine, con residenti e spacciatori pronti a tutto pur di ostacolare i controlli. Intanto resta l’amara domanda: che sicurezza può offrire una Capitale dove una donna non può nemmeno portare a spasso il cane all’alba senza rischiare di essere violentata? E soprattutto: quanti altri “umanitari” dovremo ancora accogliere prima che qualcuno alzi un muro contro questa deriva?
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Ma passiamo ai numeri: altro che “risorse”. I dati raccontano un’altra verità: nel 2023 e nel 2024, quasi un immigrato irregolare su cinque è stato arrestato o denunciato per reati commessi sul territorio italiano. È quanto emerge dai dati ufficiali del Viminale, raccolti provincia per provincia, e incrociati con le stime sulla presenza di stranieri senza documenti. Nel dettaglio, nel 2023 su circa 500mila clandestini, sono stati denunciati o arrestati in 129.218, pari al 16,47% del totale degli arrestati in Italia. Un dato che conferma una tendenza inquietante: la presenza di immigrati irregolari incide in modo significativo sulla sicurezza nazionale.
Il trend, tutt’altro che in calo, si conferma anche nel 2024. Nei primi nove mesi dell’anno, a fronte di circa 500mila presenze irregolari, ben 98.120 sono stati fermati dalle forze dell’ordine. L’incidenza resta stabile, intorno al 16,74% del totale. Una cifra impressionante, soprattutto se si considera che si tratta di persone che nemmeno dovrebbero trovarsi sul nostro territorio. Ma i numeri vanno letti anche nel contesto generale. Come evidenziato dal Giornale, nel 2023 gli arrestati e denunciati in Italia sono stati 784.365. Di questi, 519.212 erano cittadini comunitari, italiani compresi. Gli extracomunitari regolari, su una popolazione di 3,6 milioni (secondo Istat), hanno contato 53.778 denunce o arresti. E poi ci sono gli “apolidi” e “ignoti”: oltre 82mila persone che rientrano nella categoria dei fantasmi senza identità, anche loro coinvolti in reati.
La correlazione tra clandestinità e crimine, dunque, non è un’allucinazione da campagna elettorale, ma un fenomeno documentato. Le stime più accreditate, come quelle della Fondazione ISMU, indicano che nel 2023 in Italia si trovavano circa 458mila irregolari, in lieve calo rispetto ai 506mila del 2022. Altri studi stimano il numero vicino al mezzo milione, confermando la portata del fenomeno. Tra le città che fanno emergere con maggiore evidenza la criticità c’è Milano, dove nel 2023 il 30% degli arrestati o denunciati era un immigrato clandestino. Una percentuale che resta pressoché identica anche nel 2024, con un 30,24% nei primi nove mesi dell’anno. Ma la tendenza riguarda l’intero Nord Italia, dove si concentra la maggioranza degli stranieri — regolari e non.
Un dato che dovrebbe far riflettere anche chi oggi attacca il governo per aver stretto un accordo con l’Albania per trasferire lì alcuni centri per migranti. Una soluzione invisa a certa opposizione che continua a negare la realtà dell’emergenza immigrazione. Eppure, i numeri parlano chiaro: l’irregolarità non solo pesa sui bilanci e sui servizi, ma incide pesantemente sulla sicurezza pubblica. Serve poco girarci intorno. Mezzo milione di persone che non dovrebbero essere in Italia, di cui una parte rilevante — e crescente — risulta coinvolta in reati, dovrebbe rappresentare una priorità assoluta. Ma per alcuni, a sinistra, il problema sembra essere chi i dati li fa emergere, non chi li genera.
Franco Lodige, 27 agosto 2025
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