“Tanto gode di impunità”. L’ira di Fazzolari per la sceneggiata di Ranucci

La domanda di Scarpinato in audizione: "Il sottosegretario ti ha fatto pedinare?". E Mr Report chiede l'audizione segreta. E così...

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Non ci sta Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e uomo di punta di Fratelli d’Italia. E come dargli torto: essere accusato — neanche troppo velatamente — di aver “attivato i servizi segreti per spiare” un giornalista del servizio pubblico, è roba che in un Paese normale farebbe saltare più di una sedia. Invece qui, nel Paese delle insinuazioni e dei sospetti a comando, l’eco dell’accusa resta sospesa, alimentata da chi sembra più interessato a colpire il governo che a cercare la verità.

“Mi auguro che la Procura di Roma stia facendo tutto il possibile per individuare, in tempi brevissimi, i responsabili di un atto così grave” come l’attacco dinamitardo a Ranucci, dice Fazzolari al Corsera. “Perché è evidente come qualcuno stia cercando di strumentalizzare questo ignobile episodio per attaccare il governo, facendone a tutti i costi una questione politica”. Il riferimento è al recente attentato con bombe carta contro il conduttore di Report. Ma il punto, per Fazzolari, è la narrazione che ne è seguita: un copione già scritto, dove il colpevole è sempre lo stesso — il governo di destra. “Prima la Schlein dice che con il centrodestra al governo la democrazia è a rischio e i giornalisti subiscono attentati. Poi Scarpinato, del M5S, in Commissione Antimafia chiede a Ranucci se ci sia un nesso tra quell’attentato e un esponente del governo, cioè io. Direi che il limite della decenza è stato ampiamente superato”.

Già a marzo, infatti, Ranucci aveva lanciato l’accusa — del tutto infondata, secondo il diretto interessato — secondo cui il sottosegretario avrebbe mobilitato i servizi per “spiarlo”. “Ho annunciato un’azione legale — ricorda Fazzolari — accompagnandola all’offerta di una possibile mediazione. Mi sarei fermato se Ranucci avesse smentito. Lui ha rifiutato e ieri, con l’aiuto di Scarpinato, ha messo in scena un altro grottesco siparietto“. E aggiunge, con un filo di sarcasmo: “Se ti viene chiesto se c’è un collegamento tra l’attentato che ti ha colpito e un esponente del governo, la risposta dovrebbe essere molto chiara: “no”. Ranucci, al contrario, ha chiesto di secretare la sua risposta, alimentando così il sospetto che quel collegamento ci fosse davvero”.

Va detto che ieri sera il conduttore ha provato a metterci una pezza.”Ho chiesto di secretare la mia risposta perché si tratta di vicende particolari e premetto che non sono stato spiato o pedinato dal sottosegretario Fazzolari”, ha spiegato a È sempre Cartabianca. “È una vicenda delicata che nasce quando noi di Report facciamo l’inchiesta sul padre della Premier Meloni, con il quale ricordo lei non aveva alcun rapporto da anni, e raccontiamo che lui aveva iniziato a trasportare droga per il clan Senese. Quell’inchiesta suscitò grande preoccupazione all’interno della presidenza del consiglio – prosegue Ranucci – da quelle che poi sono state le mie informazioni si è cercato di capire chi fosse stata la nostra fonte. Ora non so se sono stato seguito materialmente ma so che è stato attivato un meccanismo per cercare di capire chi fosse il nostro informatore. Si temeva fosse qualcuno dei servizi segreti ma questo non è accaduto per fortuna. Questa è una vicenda che non ho mai raccontato per due anni a nessuno ma è normale che se in una sede istituzionale mi viene fatta una domanda io rispondo”. E ancora: “I dettagli sono stati secretati giustamente, ho detto delle cose importanti che meritavano il segreto. A scanso di equivoci voglio sottolineare che io non ho mai pensato che dietro i fatti del 16 ottobre ci fosse una mano politica, tantomeno qualcuno del Governo”.

Però intanto il sospetto è circolato. E chissà se nessuno leggerà mai questa smentita tardiva di Ranucci. Anche perché difendersi da certe insinuazioni per Fazzolari non sarà facile. La questione è doppia: difendersi da accuse infamanti e allo stesso tempo non offrire il fianco a chi urla alla “censura del potere”. “Se non andassi avanti con un’azione legale, finirei con l’avvalorare le accuse di Ranucci. Se invece scegliessi di tutelarmi, verrei accusato di intimidire la stampa”, spiega al Corriere. “Da più parti mi viene detto che è quasi impossibile ottenere giustizia in tribunale con Report. Io mi rifiuto di credere che sia così, ma non aiuta l’immagine di un giornalista con numerose querele che riceve la standing ovation da chi dovrebbe giudicarlo con imparzialità”. Il riferimento è agli applausi che Ranucci ha ricevuto alla riunione dell’ANM. “Nessuno è al di sopra della legge — aggiunge — ma è evidente la disinvoltura con la quale Report fa il suo lavoro. Troppo spesso abbiamo visto inchieste infarcite di accuse infondate, costruite solo per colpire qualcuno con la tracotanza di chi non teme conseguenze legali”.

Quando il Garante per la Privacy ha sanzionato Report per la puntata su Sangiuliano, è esplosa la solita indignazione selettiva. Ma per Fazzolari la polemica è «un’altra assurdità». “I componenti dell’Autorità sono stati eletti nel 2020, durante il governo giallorosso. E in questi anni nessuno ha dubitato della loro imparzialità. Sul caso specifico, il voto di Ghiglia è stato ininfluente, perché i componenti del Garante sono quattro e il voto del presidente, che non è certo espressione del centrodestra, vale doppio”. La morale, secondo il sottosegretario, è semplice: si difende l’indipendenza delle autorità solo quando le decisioni piacciono alla sinistra. “Non vorrei che il messaggio fosse: non toccate Report se non volete subire il linciaggio mediatico”.

Alla solita accusa di voler “censurare”, Fazzolari replica netto: “Certo che no, non spetta al governo decidere i palinsesti del servizio pubblico. Report non ci arreca alcun danno politico, visto che è reputata dai più una trasmissione non obiettiva. Rivendico però il diritto di criticare un certo modo di far informazione, basato su tesi preconfezionate e accuse infondate”. E chiude con un principio che suona come una dichiarazione di metodo: “La macchina del fango non ha niente a che fare con il giornalismo di qualità. È un metodo che noi abbiamo sempre contestato. Non scendiamo a compromessi e non ci facciamo intimidire, perché non abbiamo nulla da nascondere”.

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