Taser alla Polizia locale, sicurezza o ideologia?

Tra sperimentazione e scontro politico, a Milano il futuro del dispositivo a impulsi elettrici divide la maggioranza in Consiglio comunale

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A Milano si riapre il dibattito sull’uso del taser da parte della Polizia locale. Dopo sei mesi di sperimentazione, la decisione passa al Consiglio comunale, ma la maggioranza appare divisa. Infatti, una parte del centrosinistra frena e chiede ulteriori approfondimenti, mentre dal centrodestra arriva una spinta decisa a rendere stabile lo strumento.

Ora, la sicurezza pubblica non dovrebbe mai essere una questione di schieramento politico. È il presupposto minimo di ogni comunità organizzata, il terreno comune su cui dovrebbero convergere tutte le forze politiche. Lo stesso vale per l’attenzione verso chi quella sicurezza garantisce ogni giorno: le forze dell’ordine che affrontano al posto nostro situazioni di rischio, evitandoci, per quanto possibile, il contatto diretto con la violenza e il degrado. Donne e uomini che, anche a causa dell’abolizione generalizzata dei limiti di altezza, appaiono peraltro fisicamente più fragili di quelli in servizio solo poco tempo fa.

Tuttavia, in non poche realtà comunali, uno strumento come il taser – adottato da anni in moltissimi Paesi (persino dalla Gendarmeria Vaticana) prima di essere finalmente assegnato alle nostre forze di polizia statali – diventa oggetto di esitazioni e distinguo per la Polizia locale.

Eppure, è l’unico strumento che evita davvero lo scontro fisico tra poliziotti e malviventi. Limita il rischio sia per gli operatori sia per chi viene fermato, sostituisce la forza con la momentanea neutralizzazione a distanza. È, quindi, la soluzione più razionale anche per chi, per ipotesi, avesse a cuore i fermati più che i cittadini in uniforme.

Allora, risulta difficile comprendere perché in non pochi Comuni si rinvii ciò che, in tutto il mondo, è già acquisito da tempo. Non si tratta di introdurre qualcosa di sperimentale o incerto, ma di prendere atto di uno standard operativo consolidato e di un’irrinunciabile misura di sicurezza sul lavoro (compreso quello dei malviventi).

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Peraltro, il datore di lavoro è giuridicamente tenuto ad aggiornare gli strumenti di lavoro assegnati ai dipendenti, seguendo il progresso tecnologico per garantire il minor rischio possibile, evolvendo verso la massima sicurezza tecnologicamente fattibile nello specifico momento storico. Diversamente, un agente della Polizia locale ferito in servizio in una colluttazione evitabile con l’uso del taser avrebbe ottimi argomenti per convenire in giudizio la propria amministrazione.

Pertanto, trascinare anche il taser nel terreno dello scontro politico significa perdere di vista che la sicurezza non è un bene rinunciabile o “di parte” e che gli strumenti per garantirla – quando sono già collaudati – non dovrebbero diventare materia di esitazione, tecnica o ideologica che sia.

Giorgio Carta, 9 aprile 2026

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