«È importante andare a votare sempre, perché i nostri padri hanno combattuto a lungo affinché gli italiani potessero esprimere la loro volontà. Rinunciare è quasi un tradire la loro memoria». Carlo Nordio lo ripete più volte nel corso della nostra conversazione: al di là delle appartenenze, il referendum sulla riforma della giustizia è un passaggio cruciale. Ma cruciale per cosa? «Per realizzare una giustizia più moderna, più allineata alle democrazie occidentali. Una giustizia più giusta».
Il clima che accompagna questo voto gli ricorda un episodio lontano, ma emblematico. «Nel 1974 – racconta – c’era il referendum abrogativo sul divorzio. A Sanremo partecipava una canzone famosissima, “Sì, all’amore ho detto sì” di Gigliola Cinquetti. Fu oggetto di polemiche, si temeva che potesse influenzare subliminalmente il voto». Nordio sorride: «È un’offesa all’intelligenza degli italiani pensare che il titolo di una canzone possa determinare un voto così importante» riferendosi alle polemiche che ci sono state con il brando di Sal Da Vinci “Per sempre sì” che ha vinto Sanremo. Nel 1974 alla fine vinse il “no” all’abrogazione e la legge sul divorzio restò in vigore. «Segno che gli italiani sanno scegliere con la propria testa». Oggi, però, il referendum è di natura diversa: confermativo. «Qui la domanda è semplice: vuoi confermare la legge approvata dal Parlamento? Se voti sì la mantieni, se voti no la cancelli. Non c’è quorum».
Secondo il Guardasigilli, l’esito positivo sancirebbe un salto di qualità strutturale: «Un’Italia più moderna, finalmente allineata alle democrazie occidentali». Il ministro non usa mezzi termini: «I giovani non sanno che una parte della nostra architettura giudiziaria affonda ancora le radici nel periodo fascista. L’unità delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è stata consacrata da un decreto del 1941». Con il sì, sostiene, «liberiamo gli ultimi cascami di quel sistema e completiamo il disegno costituzionale in senso autenticamente antifascista».
Il punto non è indebolire la magistratura, precisa: «È una fake news dire che vogliamo sottoporla alla politica. L’articolo 104 riformato chiarisce che la magistratura resta autonoma e indipendente da ogni altro potere».
La riforma si fonda su tre cardini: separazione delle carriere. È il cuore del progetto. «Oggi giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa famiglia, allo stesso Consiglio superiore della magistratura. E accade che il giudice che deve essere terzo e imparziale sia valutato anche da chi fa l’accusa», spiega Nordio. Con la separazione, si creano due ordini distinti. «È assurdo che chi giudica sia valutato insieme a chi accusa. In Gran Bretagna, negli Stati Uniti, in tutta Europa le carriere sono separate. Noi ci adeguiamo a quello standard». L’obiettivo dichiarato è riequilibrare il processo e rafforzare la percezione di imparzialità: «Il cittadino deve sentirsi davvero giudicato da un arbitro terzo».
Poi, il sorteggio per il Csm. Secondo pilastro: il meccanismo di selezione dei componenti togati del Consiglio superiore della magistratura. «Oggi sono eletti dai colleghi e questo crea un sistema di correnti, veri e propri “partitini” interni all’Associazione nazionale magistrati», afferma. Il sorteggio, spiega, serve a spezzare il legame tra elettore ed eletto: «Non è un’estrazione tra passanti. Il sorteggio avverrà da un elenco di magistrati con almeno vent’anni di esperienza, già valutati più volte. Ma elimina la contiguità che può tradursi in scambio di favori».
E infine, l’Alta Corte disciplinare. Terzo perno della riforma è la nascita di un’Alta Corte disciplinare autonoma dal Csm. «Oggi la giurisdizione disciplinare è domestica: chi giudica il magistrato appartiene allo stesso organo di autogoverno», osserva il ministro. Con la nuova Corte, composta in larga parte tramite sorteggio tra magistrati esperti, l’intento è garantire maggiore terzietà. «Non si tratta di colpire la magistratura, ma di responsabilizzarla come ogni altra professione. Come un medico risponde dei propri errori professionali, così deve accadere per gli errori gravi e inescusabili di un magistrato».
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