Negli ultimi giorni il caldo estivo ha spinto la Regione Lazio a emanare un’ordinanza che vieta il lavoro ai rider nelle fasce orarie più torride, dalle 12:30 alle 16:00, nei giorni di rischio climatico “alto”. Benché l’obiettivo dichiarato, cioè la protezione dei lavoratori, possa apparire nobile, molti rider (formalmente liberi professionisti) lamentano di non avere alcuna autonomia decisionale a causa dell’ordinanza. Ciò si ripercuote enormemente sul loro impiego: rifiutare una consegna può concretamente significare perdere guadagni esponenzialmente, fino all’espulsione dalle piattaforme. E le aziende di delivery hanno annunciato che non hanno intenzione di sospendere i servizi.
All’orizzonte si palesa dunque la solita longa manus statale e sindacale che cerca di educare forzatamente la popolazione, demonizzando le aziende operanti nel settore delle consegne, colpevoli solamente di assecondare la pigra voglia di benessere dei tanti consumatori (loro sì, forse, poco coscienziosi…) che anche con 35 gradi usufruiscono del servizio. A farne le spese chiaramente sono i rider, che si trovano in una forbice stretta tra i datori di lavoro (che avendo un’ampia domanda non vogliono privarsene) e i sindacati, che vorrebbero imporre lo stop del servizio.
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Sono infatti tantissimi gli sfoghi online degli operatori del settore. Scrive un rider anonimo su Instagram, condiviso dalla pagina Welcome to favelas: “Ci hanno dimezzato il fatturato per due mesi e la chiamano ‘tutela per i lavoratori’!”. E ancora: “Siamo noi rider a dare alle piattaforme la nostra disponibilità a lavorare e in alcun modo siamo obbligati a svolgere le consegne durante periodi di caldo, freddo, pioggia ecc… La Cgil di Roma non parla a nostro nome e trovo ingiusto che degli sconosciuti decidano per noi”.
Insomma, l’ennesima mossa statalista che lascia il tempo che trova, che viola la libertà economica e che risulta più uno scarso tentativo per pulirsi la coscienza da parte di CGIL e compagni piuttosto che una volontà di trovare soluzioni davvero concrete al problema “caldo”, ormai quotidianamente ingigantito e dipinto come una nuova pandemia a causa della quale bisogna tassativamente restare in casa. Un’emergenza terrificante che fino a qualche anno fa aveva un altro nome: estate.
Dulcis in fundo, è davvero difficile reggere il melenso paternalismo dei radical contro le piattaforme di delivery, tacciate di essere dei novelli negrieri pronti a speculare sulla vita dei rider per qualche dollaro in più, ignorando che queste piattaforme esistono per una richiesta del mercato. È troppo difficile farsi un esame di coscienza e ammettere a se stessi che nelle grandi città tutti usufruiscono dei servizi di spedizione, chi più chi meno. Dopotutto, criticare chi fa impresa sfruttando le nostre debolezze è più facile che lavorare e tentare di risolvere le nostre debolezze stesse, no?
Alessandro Bonelli, 7 luglio 2025
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