
“La manovra premia i ricchi”. Netto, categorico, tranchant. Questo il titolo di Repubblica sulla legge di bilancio del governo di Giorgia Meloni. Una bocciatura, anche se in realtà ci sarebbe molto da dire, perché i contenuti sono tutt’altro che veritieri. Ma torniamo indietro di quattro anni: cosa avrà scritto Repubblica sulla manovra di Mario Draghi, che aiutava – davvero – i più abbienti? Beh, la risposta la conoscete o quantomeno la immaginate.
Il 29 ottobre del 2021 Repubblica era in estasi: “Tasse, 12 miliardi di tagli per tornare a crescere”. Ma era davvero così? No, ovviamente. Ma la narrazione la conosciamo: con Draghi andava sempre tutto bene, nessuna piazza, nessuna protesta, nessun regalo ai ricchi. Oggi invece, con la Meloni che toglie due punticini di Irpef al ceto medio, apriti cielo: “Governo di destra che favorisce i privilegiati!”. Peccato che i numeri – come sempre – raccontino un’altra storia.
Nel 2021, l’allora premier Draghi ritoccò tre aliquote Irpef. La prima, quella del 41%, sparì del tutto. La seconda, sui redditi tra 28 e 50 mila euro, scese dal 38 al 35%. La terza, quella tra 15 e 28 mila euro, venne ridotta dal 27 al 25%. Un taglio che, tradotto in busta paga, significava un beneficio medio di 765 euro. Ma ecco il punto: a guadagnarci di più furono proprio i redditi più alti, perché non venne fissato nessun tetto ai 200 mila euro annui. Insomma, chi guadagnava di più pagava meno.
E oggi? La “terribile” manovra del governo Meloni fa scendere dal 35% al 33% la tassazione sui redditi tra 28 e 50 mila euro – parliamo di circa 2.400 euro netti al mese – con un risparmio medio di 440 euro. Cioè meno di quanto fece Draghi. E con una differenza fondamentale: questa volta c’è un tetto ai redditi alti. Ma questo dettaglio, chissà perché, i moralisti dell’opposizione e i loro house organ preferiscono non ricordarlo.
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Il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, oggi saliti sulle barricate, all’epoca votarono tutto in silenzio. Nessuna protesta, nessun post indignato. I giornali? Beh, il caso di Repubblica è emblematico. Una sviolinata, una standing ovation sulla fiducia. Tutta la maggioranza sostenne Draghi, mentre a votare contro furono proprio Fratelli d’Italia e – da sinistra – Nicola Fratoianni e i fuoriusciti grillini. La legge di bilancio entrò così in vigore senza scosse. Anche allora l’Ufficio parlamentare di bilancio segnalò criticità, ma Bankitalia tacque. La Cgil proclamò uno sciopero il 16 dicembre, salvo poi rivendicare a posteriori lo “sconto” ai redditi bassi e dimenticare quello ai più ricchi. Un colpo da maestri di comunicazione.
Ora, con la Meloni a Palazzo Chigi, le stesse misure diventano improvvisamente “iniquità sociale”. Eppure, conti alla mano, l’intervento del governo è più selettivo, meno costoso e con effetti più equi rispetto al precedente. Ma evidentemente, per certa opposizione, la questione non è economica: è politica. Perché in Italia, a prescindere dalla realtà, se una tassa la taglia Draghi è riforma, se la taglia la Meloni è scandalo.
Franco Lodige, 11 novembre 2025
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