Trump e Leone. Breve ripasso del caso Ratzinger per i neo-papisti

Da Gruber alla sinistra: con Benedetto XVI le nuove "guardie svizzere" di Prevost non furono altrettanto solerti

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Trump Prevost Papa

Non c’è niente di più catartico che infilarsi negli archivi dei quotidiani, rileggere ciò che accadde venti anni fa e scoprire la verità di quel famoso detto: “La storia non si ripete mai, ma spesso fa rima con se stessa”. In questi giorni non si fa che criticare gli strampalati attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV, definito a più riprese “debole” e “pessimo sulla politica estera” per le sue posizioni sulla guerra in Iran. Mezzo mondo si è ribellato, l’Ue è scesa al fianco del Pontefice romano, l’Italia ha fatto altrettanto, provocando uno strappo senza precedenti con Donald, e i partiti di opposizione, in teoria fieramente laici, sono improvvisamente diventati le Guardie Svizzere di Prevost. Schlein: “Piena solidarietà”. Conte: “Attacchi insostenibili e inqualificabili”. Bonelli: “Trump blasfemo”. E via dicendo.

Ora: è forse la prima volta che un Papa viene attaccato da autorità politiche di Paesi esteri? No, ovviamente. E l’ultima volta in cui accadde un patatrac mondiale simile a quello attuale risale proprio al 2006, venti anni fa precisi. Era metà settembre, al potere negli Usa c’era George W. Bush, in Iran regnava sempre Alì Khamenei (quello ucciso da Trump poche settimane fa) insieme ad Ahmadinejad; all’Onu si discuteva sempre di bomba nucleare iraniana, di possibile guerra americana per impedirla, eccetera eccetera eccetera. Ecco. Il 12 settembre di quell’anno, Joseph Ratzinger, nelle vesti di papa Benedetto XVI, tenne il suo famoso discorso di Ratisbona molto critico verso l’islam politico e la sua jihad armata.

Non staremo qui a rifare la cronaca di quel discorso, che a rileggerlo oggi appare ancor più profetico. Ci limiteremo alle reazioni. Nei giorni successivi alla lectio di Ratzinger, il mondo islamico esplose di rabbia: la Turchia protestò duramente (“ritiri le sue parole, chieda scusa al mondo islamico”, disse un esponente di governo), diversi capi di Stato islamici criticarono il Santo Padre (“le sue parole rivelano ignoranza”, sentenziò il ministro degli Esteri del Pakistan), Khamenei lo accusò di essere manovrato dal Grande Satana americano, i musulmani in rete promisero la “distruzione del Vaticano” da parte dell'”esercito di Maometto”, nei Territori palestinesi si registrarono attacchi alle chiese, in Iraq venne bruciata l’effigie del Papa e in Turchia, Egitto e Marocco folle di musulmani si radunarono indignate. Tutte invettive molto più dure, e pericolose, dei post su Truth di Donald Trump, i quali – tutto sommato – non hanno in alcun modo messo in pericolo la vita del Pontefice (come accadde invece nel 2006), né hanno portato alla morte di cristiani in giro per il mondo (come avvenne allora).

Bene. Anche a quel tempo in Italia esplose la polemica per la mancata solidarietà espressa dal governo italiano al Papa. Proprio le stesse accuse che, almeno fino alla precisazione dell’altra sera, erano state rivolte a Giorgia Meloni, considerata troppo “debole” nel difendere Leone XIV dagli attacchi del tycoon. Solo che nel settembre del 2006 a Palazzo Chigi sedeva Romano Prodi e fu proprio la sinistra a bocciare, sia in Parlamento in Italia sia all’Eurocamera a Bruxelles, le mozioni a difesa del Santo Padre. Di più. L’allora capo della Cei, Camillo Ruini, lamentò il silenzio imbarazzato da parte di certa politica italiana. Casini accusò “l’Occidente e l’Europa” di aver lasciato solo Ratzinger. Mentre il centrodestra se la prese con Romano Prodi, colpevole, a loro dire, di non essersi speso a sufficienza a difesa di Joseph (e in effetti non si registrano prese di posizione simili, per chiarezza, a quelle dell’attuale premier). Non solo. Quando al Professore chiesero cosa ne pensasse del rischio attentati contro Ratzinger, rispose (salvo poi ritrattare) con un laconico: “Ci penseranno le sue guardie”. Pensate cosa sarebbe successo se oggi Meloni…

Insomma: fa sorridere che oggi mezzo mondo progressista, sia politico sia giornalistico, si erga a difensore della libertà di espressione del Vicario di Cristo in terra. Per dire: il New York Times non si fece mica problemi, al tempo, a pubblicare un durissimo editoriale per accusare Benedetto XVI di voler addirittura “fomentare la discordia tra cristiani e musulmani”. E fanno sorridere anche le vestali che oggi difendono il Papato quando ieri chiedevano al Vaticano di non fare ingerenze in politica, soprattutto quando si parla di aborto, fine vita e gender. Per dire. L’altra sera Lilli Gruber, nel presentare la puntata sulle “indifendibili” frasi di Trump contro Prevost, si è chiesta sconcertata: “Cosa deve fare un pontefice se non essere contro le guerre?”. Peccato che nel 2006, quando “l’indipendente” giornalista era eurodeputata per la sinistra, non si fece mica problemi ad affermare che Ratzinger aveva “messo benzina sul fuoco”, osservando che non si doveva permettere di “dipingere il mondo islamico e la sua religione come fonte di ogni male”.

Liberi tutti di chiedere a Meloni una maggiore e più rapida presa di distanza dalle sparate di Trump. Liberi tutti di criticare le uscite del tycoon, come abbiamo fatto anche su questo nostro sito. Libera la sinistra di riscoprirsi clericale. Però ci vuole anche un minimo di decenza: il Papa è il Papa, indipendentemente da chi indossa la veste bianca. Se alziamo barricate oggi a difesa di Leone XIV contro le intemerate di Trump, forse qualcuno dovrebbe farsi un esamino di coscienza e chiedersi come mai, quando regnava Benedetto XVI, non trattò il Papato con gli stessi guanti bianchi.

Giuseppe De Lorenzo, 15 aprile 2026

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