
La Narrazione è finita. Passa il piano Trump, piano di pace, e lo spettacolo, fino a ieri impensabile, è che insieme agli israeliani anche i palestinesi, perfino loro, festeggiano, offrono al vento ancora sporco di polvere, di morte, di pianto le bandiere americane: anche loro, perfino loro non ne possono più della tirannide di Hamas, quella che secondo qualche sventata ai taralli “ha fatto cose buone, ha fatto le scuole, è all’avanguardia di una rivoluzione globale”. No, la rivoluzione l’ha fatta quel matto di Trump, ha travolto tutte insieme le farse, le flotille, le scenate patetiche dei sedicenti ostaggi per 20 minuti, le cremine solari e le lagne dei nostri guerrilleri petalosi e insoportabili, ha messo fuori gioco le chiacchiere della sinistra teppistica, gli scioperi eversivi di carattere sindacale, il Landini che ancora dice “Il 25 paralizziamo ancora l’Italia” (perché non lo arrestano una buona volta?), i prossimi cacciatori di gloria e di reality che vogliono salpare fuori tempo massimo ma scortati dal regime da abbattere, che voglion sempre fare la rivoluzione coi carabinieri, come aveva intuito in un altro tempo Longanesi. Tutto questo è finito in una notte.
Certo il percorso rimane complicato, ci saranno retromarce, sabotaggi, intoppi, ma il piano è passato, una pace almeno istituzionale, teorica, sulla quale si può lavorare è compiuta e tutti i falsi operatori di pace, che usano i bambini palestinesi per fare casino, che cavalcano l’utilitarismo idiota di sinistra, che costruiscono meschine ambizioni personali, sono serviti. Ce l’ha fatta Trump, il folle, e questo significa che il riformismo va anche imposto, va portato avanti con decisione e, quando occorre, con la necessaria durezza se la posta in gioco è abbastanza alta, se è decisiva: mentre da noi riformismo è sempre più sinonimo di paralisi, di inazione interessata, di cheta non movere, di lasciar fare, lasciar passare il peggio, di gattopardismo per cui tutto deve cambiare in apparenza per salvare lo status quo. Come fece il Marchese di Pombal nel ‘700, come, mutatis mutandis, operò la mai abbastanza rimpianta Thatcher alla fine degli anni Settanta del Novecento per salvare, parola del filosofo Mick Jagger, “il nostro Paese finito in mano a fannulloni e inetti”.
Il riformismo democratico non è una faccenda da mezzeseghe, vuol dire individuare precisi obiettivi nell’interesse del Paese e portarli avanti sopra la testa dei cacadubbi, degli ipocriti, dei sabotatori di mestiere. Non è neanche, al limite una faccenda di riforme parziali, di norme, di lineamenti burocratici, vuol dire cambiare, ricostruire lo spirito di un Paese, il suo entusiasmo, la sua vitalità. Mi capitò di tornare in Cina alla fine del secolo scorso e da Pechino a Guangzhou trovavo cinesi scatenati di ottimismo, dicevano: vi faremo vedere chi siamo. Io obiettavo: ma a diritti umani come la mettiamo? E loro: tu non capisci. Noi veniamo da decenni di maoismo, poi Deng ha avviato un suo riformismo se vuoi contraddittorio, parziale, personale, noi lo sappiamo che è riformismo autoritario ma sappiamo anche questo lungo, controverso riformismo che voi non capite che ci farà crescere, che ci sta cambiando; e la questione dei diritti umani per il momento siamo disposti a congelarla.
Giusto? Sbagliato? Venticinque anni dopo la Cina ha tratto dalla miseria delle campagne, che ho visitato ed era la più spaventosa del mondo, un miliardo di persone, è diventata la seconda potenza globale, detta le sue condizioni; di pari passo sono esplose le contraddizioni del benessere, contraddizioni borghesi, pericolose, difficili da gestire ma indietro la Cina non tornerà, il suo capitalismo totalitario l’ha cambiata e ha influito sul pianeta, ci hanno fatto vedere chi sono, i miei interlocutori di allora non si sbagliavano. Noi stiamo fermi alle minima immoralia di un’Albanese che se sente un nome ebreo “fa il vento” (che scena deprimente, volgare, davvero comunista) e poi si correggono, si smentiscono per non smentire niente, inanellano solo figure mortificanti più per chi, sgomento, le constata che per loro stesse. E se lo fanno è solo perché pensano alla prossima carriera elettorale, per motivi sufficientemente miserabili, non certo per un richiamo di coscienza.
Noi siamo fermi alle Salis che dopo essere state salvate, e sappiamo benissimo da chi, usano il suicidio, tragico, di un poveretto sfrattato per scagliarsi contro “le destre” che le hanno garantito l’impunità perfino sabotando il voto a quanto ha detto qualche parlamentare impossibilitato ad esprimersi. Non hanno salvato una martire, hanno finito tutti insieme di perfezionare un mostro politico creato dagli impresari Bonelli e Fratoianni che su Hamas non hanno mai tradito un sospiro critico. Oggi il mondo, se non respira, quantomeno spera. L’Italia teme. L’Italia si deve preparare a nuovi giorni di polvere, di macerie, di fuoco impazzito. Per la semplicissima ragione che su Gaza, sui bambini, sul popolo palestinese ci hanno campato, ci stanno campando in tanti, troppi e se i loro riferimenti, Hamas in testa, finiscono fuori gioco, questi restano completamente privi di sovvenzioni non solo mediatiche, non solo rendite di posizione: c’è chi ci sta facendo i soldi matti, come per ogni farsa tragica nazionale. Per cui è più che lecito, è quasi fatale immaginarsi nuovi incendi della prateria, nuove devastazioni, nuovi ritardi da scontare in tempi lunghi e lunghissimi. La sinistra irresponsabile perde regioni una dietro l’altra ma deve dimostrare di prendersi il Paese, di tenere il Paese in ostaggio e lo fa, non conoscendo scrupoli, senso residuo di responsabilità.
La Pace di Trump è una bellissima prospettiva per il mondo e una avvisaglia di pericolo per l’Italia, dove riformismo ha sempre significato digestione lenta, da coccodrillo, dove le riforme si annunciano e poi si insabbiano, dove la prepotenza della magistratura c’è ma è diventata anche un alibi perché il carattere nazionale è tutt’altro, è gesuitico, è bizantinesco. Chiunque si sia posto come decisionista è subito passato in fama di fascista e come tale linciato; dal canto loro, i riformisiti parolai sono finiti a fare i conferenzieri o i mercanti, e tutti dicono: ma qui questo non si può fare, qui non si può fare niente. È il Paese Uroboro che si mangia la coda, il Paese calabrone che non dovrebbe volare e invece vola, in qualche modo, ma sempre più a fatica. È il Paese dei casinisti alla Grillo ieri, alla Landini oggi, gente che come obiettivo, come orizzonte ha solo la distruzione non creativa, una voglia di sfasciare albanese da secolo scorso.
Che farà adesso la sinistra salisiana e demenziale? Intestarsi il merito della pace non può, contestarla non può, può solo osteggiarla confermando che non quella le premeva ma la cancellazione di Israele, il secondo olocausto, “dal fiume fino al mare”. Sì, la Pace di Trump, vada come vada, ha tra i suoi effetti quello di scoprire le carte e carte truccate della sinistra italiana del cinismo irresponsabile, della menzogna egocentrica, della grettezza moralistica. E della miopia, della stupidità intellettuale. Tutti quei cantanti falliti, avvolti nella kefiah, a strusciarsi il vessillo di Hamas tra le gambe. Tutti quei guitti da passerella. Tutti quei marinaretti bercianti. Tutti quei fanatici di quel manga tetro che risponde al nome di Greta, una che per sostenere Hamas usa perfino i suoi ostaggi spacciandoli per vittime palestinesi. Tutti quei proclami, quegli scioperi, quegli sfasci, quelle lacrime da rettile, quelle presunzioni psicanalitiche, “io parlo solo coi miei pari”, e fai bene, quella miseria umana, politica, morale di chi sostiene i peggiori macellai del tempo moderno o col silenzio o sfacciatamente. Tutto quel falso eroismo di chi salpa a forzare il blocco isreaeliano ma soprattutto il governo italiano, e gli fa schifo la pace e per chi l’ha creata e perché taglia fuori i loro orrorifici macellai prediletti. Ed è finita, un bisbiglio all’orecchio di Trump ed è tutto finito, finito.
Max Del Papa, 9 ottobre 2025
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