Donald J. Trump mette nel mirino i fact checker. Come riportato da The Guardian, il Dipartimento di Stato ha ordinato ai propri funzionari consolari di negare i visti d’ingresso a chiunque abbia svolto attività di moderazione dei contenuti, fact-checking, gestione della disinformazione o ruoli riconducibili all’ambito della “trust & safety”. La misura si inserisce all’interno della più ampia battaglia culturale rilanciata dall’ex presidente, ora di nuovo alla Casa Bianca, contro quella che definisce “censura” esercitata dalle piattaforme digitali.
La direttiva, spiega The Guardian, non si limita a un settore o a un tipo specifico di visto, anche se il primo effetto evidente riguarderà gli H-1B, fondamentali per l’ingresso negli Stati Uniti di lavoratori altamente qualificati, soprattutto nell’industria tecnologica. Gli ufficiali consolari dovranno analizzare la storia professionale dei richiedenti, consultando profili social, curriculum e qualunque riferimento pubblico utile per individuare eventuali esperienze nel campo della moderazione online. In caso positivo, la richiesta dovrà essere respinta, poiché chi ha partecipato a processi interpretati come “limitazione della libertà di parola” non sarà più considerato idoneo a lavorare sul territorio statunitense.
La giustificazione ufficiale punta sulla difesa della libertà di espressione interna. Secondo quanto riferito da un portavoce del Dipartimento di Stato a The Guardian, l’amministrazione intende “impedire che stranieri arrivino negli Stati Uniti per fare da censori agli americani”. Una formulazione volutamente dura, che riflette la narrativa — centrale nel trumpismo — secondo cui il dibattito pubblico americano sarebbe stato condizionato da un’alleanza tra Big Tech e liberal, accusati di zittire voci conservatrici.
Le reazioni del mondo tecnologico non si sono fatte attendere. Dirigenti e specialisti hanno espresso forte preoccupazione, definendo la misura un fraintendimento pericoloso del lavoro quotidiano svolto dai team di sicurezza. Come sottolineato da una dirigente della sicurezza digitale citata da The Guardian, la moderazione dei contenuti non è censura politica ma tutela degli utenti da fenomeni come abusi, incitamento all’odio, frodi e perfino materiale legato allo sfruttamento dei minori. Equiparare queste attività a una limitazione della libertà di espressione rischia, dicono alcuni, di indebolire proprio le protezioni che permettono alle piattaforme di restare ambienti sicuri.
L’impatto economico non è secondario. Le aziende statunitensi del settore tecnologico fanno ampio affidamento su manodopera internazionale altamente specializzata. Una restrizione di questa portata potrebbe spingere professionisti qualificati a cercare opportunità altrove, ostacolando la competitività delle imprese americane.
Secondo The Guardian, la direttiva rappresenta un chiaro cambio di paradigma: non si valuta più il richiedente sulla base delle competenze, ma del potenziale impatto culturale o ideologico attribuito al suo lavoro. Resta ora da capire come la norma verrà applicata e con quali margini interpretativi.
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@ Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


