
Una conversazione lunga oltre due ore tra Vladimir Putin e Donald Trump riaccende la speranza – per il momento flebile – di un avvio di trattative tra Russia e Ucraina. Il presidente russo, da Sochi, ha aperto a un possibile cessate il fuoco, precisando tuttavia che la tempistica resta indefinita. “Non ora e non per trenta giorni”, avrebbe chiarito il Cremlino, respingendo di fatto la proposta occidentale di una tregua immediata.
A margine della telefonata – la terza telefonata dall’insediamento del presidente americano a fine gennaio – l’inquilino della Casa Bianca ha parlato di “toni eccellenti” e di un clima “costruttivo”, annunciando che Kiev e Mosca sarebbero pronte a negoziare “immediatamente” non solo una sospensione delle ostilità, ma “cosa ancora più importante”, un percorso verso la fine della guerra. Nessun dettaglio concreto, tuttavia, è stato fornito. Trump ha più volte evocato nelle scorse settimane la possibilità di un incontro diretto con Putin, ritenendolo un passo necessario per sbloccare l’impasse diplomatica. Ma da Mosca la risposta è rimasta perentoria: “Non è il momento” quanto reso noto dal portavoce del Cremlino. E anche sul cessate il fuoco sollecitato da Stati Uniti, Ucraina ed Europa, il leader russo non si è sbilanciato.
L’unico spiraglio, al momento, sembra essere l’intenzione manifestata da Putin di lavorare con Kiev a un memorandum che possa gettare le basi per un trattato di pace futuro. Una tregua, ha detto, sarebbe possibile “per un certo periodo”, a patto che si raggiungano intese concrete. Ma ha avvertito: “Servono compromessi reali, e va affrontata la radice del conflitto”. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, informato in anticipo della telefonata dallo stesso tycoon, ha confermato la disponibilità a valutare l’offerta di Mosca. Ha però ribadito un punto fermo: Kiev non è disposta a rinunciare al controllo delle regioni occupate – Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia – una condizione che Mosca aveva posto già nei colloqui di Istanbul, primo contatto diretto tra le due parti in quasi tre anni.
Il colloquio telefonico, a detta di Trump, rappresenterebbe un “piccolo ma importante passo avanti”. Secondo quanto riferito da Juri Ushakov, consigliere della presidenza russa, i due leader hanno discusso anche un possibile scambio di prigionieri “nove a nove” tra Washington e Mosca, senza escludere la possibilità di incontrarsi di persona in futuro. “E’ molto importante che i due presidenti abbiano concordato di proseguire il dialogo su tutte le questioni toccate, inclusa, ovviamente, la questione ucraina. E stanno valutando la possibilità di organizzare un incontro di persona in futuro”, ha spiegato.
Alcuni osservatori, tuttavia, parlano di concessioni vaghe, più utili a guadagnare tempo che a costruire un reale percorso negoziale. “Putin non sa come uscire dal conflitto”, ha dichiarato poche ore prima della telefonata JD Vance, vicepresidente americano. Secondo molti analisti, la Russia punta a mantenere il conflitto in uno stato di stallo, mentre l’Occidente fa leva su sanzioni economiche e pressioni politiche per riportarla al tavolo.
Attenzione al dossier sanzioni. Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia avevano parlato con Trump di un possibile rafforzamento, considerando la mancanza di passi concreti verso la pace. E anche lo stesso The Donald le ha minacciate negli ultimi giorni, in maniera concreta, come dimostra il disegno di legge presentato dal senatore repubblicano Lindsey Graham. Il provvedimento, già depositato al Congresso, punta a colpire duramente Mosca in caso di rifiuto a sedersi al tavolo dei negoziati o di violazione di eventuali intese. Il testo prevede un ampio ventaglio di misure, in particolare contro il settore bancario ed energetico russo. Tra queste, dazi fino al 500% contro i Paesi – come India e Cina – che continuano ad acquistare petrolio e altre materie prime dalla Russia.
Il documento, che ha ricevuto il sostegno del segretario di Stato Marco Rubio, rappresenta una forma di pressione anche interna al Congresso. “Se Putin non collaborerà, gli Stati Uniti prenderanno l’iniziativa”, è il messaggio rivolto apertamente a Mosca. La parte più incisiva del pacchetto riguarda l’energia: divieto di investimenti nel comparto russo, sanzioni a chi ne sostiene la produzione e un bando totale all’importazione di uranio, di cui Washington è ancora in parte dipendente. Previsti anche dazi maggiorati su beni e servizi russi, e sanzioni su operatori finanziari e istituzioni legate al Cremlino, tra cui la Banca Centrale e le principali banche statali. Misure che, se approvate, potrebbero avere impatti significativi anche sul piano geopolitico. La sezione dedicata ai dazi ha già sollevato perplessità tra alcuni ambienti dell’amministrazione americana, preoccupati per gli effetti su Pechino e sulla stabilità dei mercati finanziari.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, a Bruxelles si lavora a un 18esimo pacchetto di sanzioni. Tra le ipotesi, un ulteriore abbassamento del tetto al prezzo del petrolio, nuove navi della cosiddetta “flotta ombra” da inserire nella lista nera, provvedimenti sui gasdotti Nord Stream 1 e 2 e nuove misure contro il comparto finanziario. Alcuni Stati membri chiedono di colpire anche il gas e il nucleare civile. “La Russia può essere colpita ancora duramente, ma serve coraggio”, sottolinea una fonte diplomatica europea. L’ostacolo principale resta quello politico: l’unanimità. Il governo ungherese di Viktor Orbán continua a opporsi con il veto, rallentando o bloccando l’approvazione delle nuove misure. A fine luglio è previsto anche il rinnovo semestrale delle sanzioni esistenti. Ma se Washington manterrà la pressione, osservano diversi analisti, il margine di manovra per Budapest potrebbe ridursi.
La sensazione che emerge è sempre la stessa: nonostante la soddisfazione di facciata, la soluzione per porre fine alla guerra in Ucraina non sembra vicina. Anzi, intravedere la luce in fondo al tunnel appare sempre più complicato, soprattutto per la popolazione ucraina. Nessuna road map, nessuna pianificazione. E quando il Cremlino, con Peskov, parla della necessità di “un lavoro accurato e possibilmente prolungato” non lascia presagire nulla di buono, almeno per quanto concerne le tempistiche della risoluzione.
Franco Lodige, 20 maggio 2025
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