La vicenda Trump-Musk va analizzata fuori dalle stolte tifoserie. Guardiamo i fatti.
Elon Musk era stato coinvolto nel DOGE (Department of Government Efficiency) durante il primo periodo della nuova amministrazione Trump, contribuendo a progetti di contenimento della spesa pubblica. Successivamente è stato allontanato. Oggi contesta apertamente la direzione presa con il nuovo maxi-piano economico. E perché la contesta?
Musk ha definito il disegno di legge una “abomination disgustosa” e un “pork-filled spending bill”, sostenendo che comporterà un aumento del debito pubblico fino a un livello record di 5 trilioni di dollari. Purtroppo, ha ragione. Numerosi osservatori – incluso il Congressional Budget Office – avvertono che si tratta di una manovra insostenibile, in un contesto in cui il deficit annuale degli Stati Uniti ha già superato il 6% del Pil e il rating creditizio del Paese è stato ridotto.
Il pacchetto Trump da 3,3 trilioni di dollari rappresenta un aumento significativo del debito, in assenza di una crisi economica. Non era certo questo ciò che ci si attendeva da un’amministrazione che si era presentata come fautrice di riduzione fiscale e diminuzione dell’ingerenza statale.
Se Musk dovesse davvero decidere di fondare un partito che abbia come priorità il taglio della spesa pubblica, le liberalizzazioni, il primato della concorrenza e la riduzione del perimetro dello Stato, non potremmo che accogliere l’iniziativa con entusiasmo. Sarebbe un segnale atteso da troppo tempo per chi vuole che il virus liberista inverta la rotta dei governi, ovunque.
C’è chi sostiene – incluso lo stesso Trump – che l’opposizione di Musk sia motivata da interessi personali, in particolare dalla prospettiva di una riduzione delle sovvenzioni pubbliche per le sue attività, da Tesla a SpaceX. È un’accusa comoda, ma non regge alla prova dei fatti. Musk ha sostenuto Trump anche quando l’ex presidente attaccava frontalmente l’agenda green, parlando di “truffa climatica” e promettendo il rilancio dei combustibili fossili. Chi lo accusa oggi dimentica che Musk ha sempre criticato i sussidi distorsivi e ha più volte affermato che le sue aziende devono reggersi sulla competitività, non sull’assistenzialismo.
La sua rottura con Trump non nasce da calcoli industriali, ma da una divergenza reale su principi economici: disciplina fiscale, concorrenza e contenimento dello Stato. Una battaglia che, se fosse davvero portata avanti in modo coerente, meriterebbe ben più che cinismo o sospetto.
Andrea Bernaudo, 2 luglio 2025
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI



