
Qui al bar abbiamo assistito più “scioccati” di lui agli attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni. Ormai il presidente americano sembra prigioniero di un delirio narcisistico, per il quale qualunque forma di disaccordo nei suoi confronti innesca uno sfogo incontenibile e puerile. Ma almeno, i suoi strali hanno evangelicamente svelato i pensieri di molti. In questa situazione, a spiccare per onestà intellettuale, è stata Elly Schlein: “Nessun leader straniero può permettersi di insultare e minacciare il nostro Paese e il nostro governo”, ha detto. Se ne fosse ricordata quando il suo alleato, capo dei socialisti Ue, dava alla Meloni della dittatrice fascista… Meglio tardi che mai, comunque.
Al solito, è stato un galantuomo Carlo Calenda, il quale ha riconosciuto che la premier, nel dissociarsi da Trump, ha fatto “più di quello che hanno fatto tanti altri”. Persino Angelo Bonelli ha esortato a una “profonda condanna” il Parlamento. Anche se più per difendere il Papa che la Meloni (ubi maior…). Immancabile, invece, il piccolo sciacallaggio politico di Matteo Renzi e Giuseppe Conte. Il primo ha preso in giro Meloni “scaricata dal suo guru”, che di lei dice cose terribili. “Potete immaginarvi cosa dicono di lei gli altri? Non do solidarietà alla premier”. Crediamo che stanotte lei abbia dormito lo stesso. Ma che cifra politica può vantare chi spera di lucrare persino su una circostanza simile?
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Meno livoroso – forse perché non ha provato a togliergli per legge la possibilità di andare a tenere conferenze retribuite in Paesi extra Ue – ma surreale è stato Giuseppe Conte, che ha denunciato “l’ambiguità” della Meloni. Proprio lui, il camaleConte della politica, reduce da un incontro con l’emissario in Italia di The Donald, per il quale era Giuseppi, ma al tempo stesso apripista della Via della seta cinese nel nostro Paese. Lui sì, che non è mai stato ambiguo… Così, l’attacco partito dalla Casa Bianca, se non altro, ha smascherato i nostri politici. Ha svelato chi vuol giocare a questo gioco con fair play e ha inchiodato alle sue meschinità chi preferisce giocare sporco. E riproduce, alla fine, l’eterno difetto dei soliti personaggetti del teatrino di casa nostra: il patologico provincialismo.
Il Barista, 15 aprile 2026
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