
Lo scorso 7 gennaio Donald Trump ha emanato un «Ordine Esecutivo» (il numero 14199): «Ritiro degli Stati Uniti e cessazione dei finanziamenti a determinate organizzazioni delle Nazioni Unite e revisione del sostegno degli Stati Uniti a tutte le organizzazioni internazionali». Il Presidente ha stabilito che è contrario agli interessi degli Stati Uniti rimanere membri, partecipare o fornire qualsiasi forma di sostegno ad alcune organizzazioni, una settantina circa. E ha ordinato a tutti i Ministeri e le Agenzie del Paese di adottare immediatamente le misure necessarie per rendere effettivo il ritiro degli Stati Uniti da quelle organizzazioni. È interessante conoscere il loro nome, e qui ne cito qualcuna.
Tra le 35 non appartenenti alle Nazioni Unite ci sono: il Patto per l’Energia senza Carbonio 24/7 (cioè, immagino, 24 ore al giorno/7 giorni a settimana), la Commissione per la Cooperazione Ambientale, il Fondo globale per l’impegno delle comunità e la resilienza, il Forum globale su migrazione e sviluppo, l’Istituto interamericano per la ricerca sul cambiamento globale, il Forum intergovernativo su sviluppo sostenibile, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e i servizi ecosistemici, il Forum internazionale dell’energia, l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, l’Alleanza solare internazionale, l’Organizzazione internazionale dei legni tropicali, la Rete per le politiche sulle energie rinnovabili per il XXI secolo, il Centro scientifico e tecnologico in Ucraina, il Segretariato del Programma ambientale regionale del Pacifico.
Capisco che l’elenco possa sembrare noioso, ma trovo quanto mai istruttivo leggere la messe di parassiti a sbafo dei contribuenti americani. Pertanto consentitemi di dare anche un esempio delle oltre 30 organizzazioni afferenti all’Onu e per le quali la ricreazione sembra essere finita. Ecco qua alcune: le Commissioni economiche per l’Africa, per l’America Latina e i Caraibi, per l’Asia e il Pacifico, per l’Asia occidentale, la Commissione di diritto internazionale, gli Uffici del Rappresentante speciale del Segretario Generale per i bambini nei conflitti armati, contro la violenza sessuale nei conflitti, per il consolidamento della pace, il Fondo per il consolidamento della pace, il Forum permanente sulle persone di discendenza africana, il Programma collaborativo Onu sulla riduzione delle emissioni da deforestazione e degrado forestale nei paesi in via di sviluppo, l’Entità Onu per l’uguaglianza di genere e l’emancipazione delle donne, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani, l’Energia Onu, l’Acqua Onu.
Il messaggio politico è chiaro: rifiuto del multilateralismo, il che fa sorridere un po’ se pensiamo che appena 4 giorni prima il nostro presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di fine anno, ha avvertito gli italiani dell’indebolimento – a suo dire rischioso – delle istituzioni multilaterali internazionali. Il fatto è che il sistema utopico, da Mattarella prefigurato, secondo cui gli Stati dovrebbero darsi regole comuni accettando di perdere sovranità nazionale – cioè libertà di scegliere – e farlo in cambio di pace e stabilità, è un sistema alla prova dei fatti, fallimentare.
Donald Trump se n’è accorto e intenderebbe riportare il proprio Paese coi piedi per terra. Viene spontaneo chiedersi se ce la farà: egli sta combattendo contro una cancrena ampiamente diffusa e consolidatasi durante gli ultimi tre decenni, e non solo negli Usa. Anzi, è proprio nella Ue che, più che altrove, ha attecchito. Sorprendentemente, un aiuto potrebbe averlo proprio da Cina, Russia, India e dagli altri Paesi propugnatori di un mondo multipolare: la visione multipolare cozza col multilateralismo. Se col progetto “Maga” ridimensiona le velleità dell’America di volere il mondo a propria immagine e somiglianza, e si limita solo a perseguire ciò che all’America conviene senza imporre a nessuno il proprio destino (almeno finché il destino di ciascuno non danneggia l’America), forse Trump può vincere la partita. Deve solo riconoscere che la più potente azione di ciascuno – sia esso singolo o sia esso Stato – è poter scegliere.
Franco Battaglia, 14 gennaio 2026
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