Tutte le balle sulla Sardegna rossa

29.2k 63
generica_porro_1200_3

Era l’esempio che il giornale unico del virus attendeva con impazienza: la regione diventata bianca che, dopo il liberi tutti, si ritrova per settimane in zona rossa. Quale occasione migliore per dare la caccia al cittadino irresponsabile e minare le già flebili speranze di riapertura? E infatti da giorni è tutto un raccontare del “caso Sardegna”, l’isola che ha marzo ha goduto di due settimane di libertà e che ora si ritrova ad essere l’unica con il massimo delle restrizioni. Il ritornello preferito è: i sardi si sono dati alla pazza gioia e ora ne pagano le conseguenze. Ma quanto c’è di reale?

Cosa dicono i dati

A osservare attentamente i dati viene fuori tutt’altra verità. Partiamo dalle analisi di Gimbe, la fondazione indipendente che studia i numeri dell’epidemia. In un grafico sulla relazione tra l’incidenza di casi per 100mila abitanti e l’incremento percentuale dei contagi, si nota che la Sardegna è nell’area “arancione”, ben lontana dalla “rossa” dove stazionano tra le altre Puglia, Campania e Toscana. Cosa significa? Vuol dire che i valori dell’incidenza sono inferiori alla media nazionale e solo l’incremento percentuale dei casi nell’ultima settimana (18-25 aprile) esce di poco dal selciato. I dati sono comunque migliori di quelli di tante altre regioni e non così diversi da quelli del Lazio. Come mai allora solo l’isola è stata penalizzata?

Le stranezze dei monitoraggio

E qui entriamo nel magico mondo degli indicatori utilizzati dalla cabina di regia per decidere vita, morte e miracoli delle aree del Belpaese. Roba complicatissima. Ma se uno si arma di santa pazienza riesce a capire che l’incidenza settimanale (132 casi ogni 100mila abitanti) in Sardegna è molto sotto la soglia limite di 250 e soprattutto inferiore a quella di buona parte delle altre Regioni. Direte: se è in zona rossa un motivo ci sarà, magari avrà un Rt altissimo o una diffusione massiccia. Invece no: a casa di Solinas infatti l’Rt è sotto sotto l’1 (allo 0,97), non ci sono problemi a gestire in maniera efficace eventuali zone rosse, la valutazione sulla probabilità di trasmissione è “moderata” e quella sull’impatto e la gestione dell’epidemia è “bassa”. E infatti stando all’algoritmo disegnato dal ministero della Salute, la “valutazione” complessiva sarda sarebbe solo “moderata”. Magari non da zona gialla, ma neppure da rossa. Come mai allora ancora restrizioni?

Altro che “eccessiva disinvoltura”

Primo problema: le regoline ministeriali prevedono che una regione resti in rossa per due settimane di fila da quando viene registrato un rischio elevato, indipendentemente da come vanno le cose. E i sardi devono ancora scontare gli ultimi 7 giorni di inferno. Secondo: ci sono due “allerte” indicate dai tecnici di Speranza nella resilienza dei servizi sanitari territoriali. Di che si tratta? Mancano i posti letto? Macché. Il tasso di occupazione delle terapie intensive e dei reparti Covid è sotto la soglia di allerta (piccolo appunto: il Lazio di Zingaretti è fuori con l’accuso in entrambe le statistiche).

A fregare l’isola ci sono due indicatori: da un lato l’aumento percentuale dei tamponi positivi, che nell’ultimo monitoraggio è salito dal 9% al 9,2%, (anche se resta inferiore rispetto ad altre Regioni); dall’altro i 157 focolai attivi, oltre a qualche difficoltà nel tracciamento dei contagi. E basta. Fine. Nessun sistema sanitario al collasso, né epidemia fuori controllo. Per il resto, infatti, gli indicatori epidemiologici più importanti (dall’incidenza alla pressione sul sistema ospedaliero) sono migliori che in altre aree del Paese. Alla faccia dell’“eccessiva disinvoltura” dei sardi a marzo: in realtà stanno meglio di altre regioni oggi in gialla.

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version