
In questi giorni abbiamo assistito a una vicenda che, oltre ad aver originato un incidente diplomatico, svela il clima generale di questo momento. C’è una maggioranza ancora convalescente dopo la ferita del referendum, un’opposizione che coglie ogni occasione per dar libero sfogo ai propri sentimenti antisemiti e trasformare qualunque fatto in un atto d’accusa, e un mondo cattolico che spesso si lascia trascinare da narrazioni emotive più che da un’analisi dei fatti poiché va a messa con la kefiah e piange per un numero sempre imprecisato di vittime a Gaza, in Libano e ovunque gli ebrei cerchino di sopravvivere.
Infine, da una parte c’è una Chiesa Cattolica che, invece di fare da baluardo contro l’islam che dilaga, alimenta il filone antisemita. A questo si aggiunge una stampa che, improvvisamente, scopre l’esistenza dei luoghi santi solo quando può indignarsi contro Israele, mentre tace da anni sulle violazioni dei diritti dei cristiani e sugli abusi consumati in molte altre parti del mondo.
Dall’altra parte c’è Israele: un Paese che sta sostenendo una guerra complessa, su più fronti, e che rimane, piaccia o no, l’unico baluardo concreto per chi, in Occidente, non vuole arrendersi a derive fondamentaliste. Il solo bastione. Sul terreno e sui principi. Un Paese che, nel mezzo di un conflitto aperto, ha imposto restrizioni temporanee per ragioni di sicurezza, come accade in ogni Stato quando il rischio è reale e documentato.
In questo contesto, la scelta del cardinale Pizzaballa di violare i divieti posti per la sua stessa incolumità non poteva, prevedibilmente, che creare tensione. E la sua reazione indignata di fronte all’intervento della polizia israeliana, che stava semplicemente applicando le stesse misure previste per tutti, ebrei compresi, ha alimentato un caso che poteva essere evitato con un gesto di prudenza, responsabilità e, diciamolo, spirito cristiano.
E qui sorge una domanda semplice: davvero dobbiamo ricordare noi al cardinale Pizzaballa ciò che ogni tradizione cristiana insegna da secoli? La tutela della vita viene prima dell’obbligo di recarsi fisicamente in un luogo di culto. La dottrina cristiana considera la vita un dono da custodire e, quando esiste un pericolo concreto — guerra, instabilità, minacce, condizioni ambientali rischiose — la prudenza non è solo ammessa: è richiesta. La storia della Chiesa lo conferma. Nei secoli, in tempi di pestilenze, persecuzioni o conflitti, i cristiani hanno pregato nelle case, nelle catacombe, in piccoli gruppi. La preghiera non è mai stata ridotta a un luogo fisico, ma è sempre stata un atto del cuore e dell’intenzione.
Se questo lo sappiamo tutti, perché il cardinale non ha scelto la via della responsabilità? Perché non ha accolto la restrizione con quella serenità che ci si aspetterebbe da una guida spirituale cristiana? La domanda è legittima, soprattutto se ricordiamo che, solo pochi mesi fa, quando un frammento di missile aveva scalfito il cornicione di una chiesa durante il conflitto di Gaza, non si era esitato ad accusare Israele di colpire i luoghi cristiani. Oggi, quando Israele impone misure per proteggerli, si grida comunque allo scandalo. Qualunque cosa faccia questo Paese viene letta e interpretata come un torto, verso noi, verso il mondo, verso tutti. E se Pizzaballa, così fervente, fosse finito sotto un missile iraniano? Qualcuno avrebbe forse precisato che lui stesso aveva violato il divieto di polizia?
E purtroppo, in questo clima, anche una parte della destra italiana, ancora ferita dall’esito del referendum, sembra più preoccupata di non scontentare nessuno che di leggere la verità e la sostanza dei fatti. Così si finisce, involontariamente, per alimentare narrazioni che nulla hanno a che vedere con la tutela dei cristiani e molto con un riflesso condizionato che ormai si attiva ogni volta che si parla di Israele.
Questo atteggiamento fa male e, soprattutto, rischia di restituire un’immagine isterica del nostro Paese. Non possiamo permetterci di dettare legge a un popolo che sta combattendo per la propria sopravvivenza. Non abbiamo questo diritto. Possiamo pregare, possiamo riflettere, possiamo esprimere vicinanza, ma non possiamo pretendere che un Paese in guerra rinunci alle misure di sicurezza per compiacere la nostra sensibilità.
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Quanto facilmente è stato dimenticato che, nelle nostre scuole, abbiamo rinunciato con leggerezza alle nostre radici cristiane per timore di offendere altre fedi? Abbiamo tolto crocifissi e presepi, abbiamo trasformato il rispetto in autocensura, abbiamo normalizzato l’idea che sia più importante non disturbare che affermare ciò che siamo. E mentre ci affanniamo a mostrare apertura, dimentichiamo che la libertà religiosa non è un bene scontato e che ciò che realmente dobbiamo temere sono quei contesti culturali che non la considerano un valore. Non certo Israele, dove convivono da sempre tutti i culti religiosi.
In questo quadro, lasciare che Israele protegga anche i nostri ministri di culto non è una concessione: è un atto di buon senso. Non serve richiamare ambasciatori né alimentare polemiche. Israele non è la minaccia. La minaccia è altrove, e continua a crescere mentre molti fingono di non vederla.
Teresa Casamichela, 31 marzo 2026
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