Ci sono storie che ti costringono a fermarti perché ti mettono davanti a una domanda scomoda: e se capitasse a me? Michele Padovano, ex attaccante della Juventus, uno che “ha vinto tutto quello che un calciatore può vincere”, è stato travolto da uno dei più lunghi errori giudiziari della storia recente italiana. L’etichetta: narcotrafficante del mondo del calcio. Poi diciassette anni di processi. Tre mesi di carcere, di cui dieci giorni in isolamento. Alla fine l’assoluzione piena: il fatto non sussiste.
Per il mio podcast Sette Vite gli ho chiesto, come di consueto: “Quella che stai vivendo è la vita che avresti voluto vivere?” Mi ha risposto senza esitazione: “In questo momento sono abbastanza sereno… la vicenda che mi ha coinvolto per tutti questi anni me la sarei risparmiata volentieri, però credo che ci sia sempre un perché. Non è giusto guardarsi indietro.”
Prima dell’errore giudiziario c’era il ragazzino che giocava per strada quindici ore al giorno. “Una peste” – dice lui – con un solo chiodo fisso: il pallone. Diplomato geometra per volontà del padre, tifoso del Toro, idolo Paolo Pulici. Poi l’incontro con Maradona, la Juventus, le finali di Champions, gli scudetti.
Quando gli chiedo chi sia oggi Michele Padovano come uomo, la risposta è netta: “Mi sento un uomo migliore. Ho vissuto un incubo, ma non mi piace piangermi addosso. Per troppi anni sono stato etichettato ingiustamente.” La parola è forte: etichettato. Perché la gogna precede sempre il processo.
Viene arrestato senza spiegazioni. Dieci giorni in isolamento. Me lo racconta così: “È stata una roba terrificante. Dieci giorni senza fare una doccia, senza vedere l’aria. Non potevo parlare con nessuno”. Poi una guardia gli dice: prepara le tue cose, te ne vai. Pensa di essere libero. Invece viene trasferito, ammanettato, in un blindato. Nel frattempo il mondo lo ha già condannato.
Tutto nasce da un bonifico tracciato di 36mila euro a un amico che diceva di voler acquistare cavalli. I cavalli c’erano davvero. Ma in quell’indagine l’amico era coinvolto in altro. E Padovano diventa, secondo l’accusa, “capo promotore di un’associazione per traffico internazionale di stupefacenti”.
Cosa ti tiene in piedi quando rischi di farti anni di carcere per qualcosa che non hai fatto? La risposta è immediata: “La mia famiglia. Mia moglie, mio figlio. Sono loro i veri fuoriclasse”. Il figlio aveva quattordici anni. L’ha rivisto dietro un vetro dopo venti giorni. E invece di crollare, è stato il ragazzo a dirgli: papà, devi dare forza tu a noi. Padovano non ha mai dubitato di essere creduto dai suoi: “Non ho mai pensato neanche un secondo che mio figlio potesse non credermi”. Nel mondo del calcio quasi nessuno si fa vivo. Pessotto. Vialli. Poi il vuoto. Nel 2006 i suoi ex compagni vincono il Mondiale. Lui la finale la guarda in carcere. “Mi sarebbe bastato un telegramma”, dice. Non è rancore. È constatazione.
Lo Stato? Nessuna scusa formale. Un possibile risarcimento da 24mila euro per ingiusta detenzione, ma a fronte di un altro processo. Quando arriva la sentenza definitiva, la sera, dopo otto ore di attesa, l’avvocato chiama: assolto. “Il giorno più bello della mia vita”, lo definisce. E piange con moglie e figlio. Ma avverte: diciassette anni non si restituiscono. Restano cicatrici. Alla fine gli chiedo che cosa vuole dire ai ragazzi che ascoltano. Lui non parla di vendetta, non parla di rabbia, non parla di complotti. Dice solo questo: “Non giudicate mai nessuno. La verità spesso non è come sembra”
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