Un libro svela il Duce filosofo

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Mussolini e la filosofia di Adriano Scianca, pubblicato con una bella prefazione di Marcello Veneziani dall’editore Altaforte, è un libro ponderoso, originale, colto, di impianto scientifico. Che io sappia non esistono altre testi che percorrono il rapporto di Mussolini con la filosofia durante tutte le fasi della sua vita. Eppure, dimenticato o non considerato se non marginalmente, quel rapporto ci fu: costante, attento, non ininfluente sulla prassi dell’ex socialista che fondò un nuovo partito che per pigrizia diciamo “di destra”. E che poi governò l’Italia per più di venti anni conquistando un consenso generalizzato da parte della popolazione e poi, molto tardi, portando il regime ad esiti totalitari prima e alla rovina militare e civile dell’Italia poi.

I maestri del Duce

Ci sono diversi livelli in questa storia che si intrecciano: quello dello studio e dell’interesse di Mussolini per la disciplina (giovanissimo scrisse pure una Storia della filosofia il cui dattiloscritto gli fu bruciato da un’amante gelosa); l’altro dei suoi rapporti con i filosofi (viventi e non) e le istituzione filosofiche; l’ultimo infine degli influssi che i filosofi ebbero sulla sua visione del mondo, e quindi sulla sua azione e sulle politiche di cui si fece promotore. Tre nomi svettano su tutti fra i “maestri” del Duce, che egli incontrò in questo preciso ordine temporale: prima Karl Marx, poi Friedrich Nietzsche, infine Georges Sorel.

Del marxismo, egli fece propria non l’interpretazione crociana, che lo riduceva ad un canone di interpretazione storica, ma quella di Gentile, che gli dava una dignità di visione del mondo e di filosofia nel senso pieno del termine. Una filosofia tutta rivolta all’azione che trovava il suo humus spirituale in quel clima genericamente attivistico e vitalistico che, in opposizione ad un positivismo diventato di maniera, contrassegnava la cultura italiana, e non solo, nei primi decenni del secolo (il tempo in cui Mussolini avrebbe conosciuto il filosofo di Castelvetrano e lo avrebbe eletto in qualche modo a “filosofo del regime” era di là da venire).

Critica al socialismo italiano

Con gli anni intanto maturava nel futuro Duce non la critica a Marx, ma a quello che era diventato il socialismo italiano e in genere della Seconda Internazionale: una melassa di buoni sentimenti, di ipocrisia umanitaria, di democraticismo e determinismo a buon mercato. Nonché una fucina di corrotti e corruttori. Nietzsche fu colui che gli aprì a Mussolini gli occhi su questa degenerazione che il socialismo condivideva, secondo il filosofo tedesco, con il cristianesimo, il liberalismo e tutte le ideologie della modernità. Di Nietzsche, egli fece propria poi l’idea di un “uomo nuovo” da forgiare nell’azione e per l’azione, un uomo che si oltrepassasse ormai libero dai legami con la tradizione.

Come Mussolini ebbe a dire molti anni dopo alla sorella, e come questa (anche però interessata a dei finanziamenti per l’Archivio) riconobbe, nel fascismo vi era molto del filosofo tedesco. Ancora al compimento dei sessant’anni, in piena guerra, Mussolini ricevette come regalo dall’alleato Hitler, per molti verso più incolto di lui e che all’inizio mal sopportava, le opere complete del teorico della “volontà di potenza”. Ma Mussolini era un uomo del popolo, non proprio un “aristocratico”, fosse pure dello “spirito”: al socialismo democraticistico chi più si opponeva erano i “sindacalisti rivoluzionari”, con la loro idea della forza dei “miti politici” (ad esempio lo “sciopero generale”) nel discorso pubblico e con la loro idea della violenza come generatrice di storia e foriera di effetti catartici. Non fu un caso che molti intellettuali italiani (compreso il Croce più crudamente realista delle Pagine sulla guerra) si innamorarono di Sorel, il massimo teorico del movimento. Così come non è un caso che molti sindacalisti rivoluzionari passassero nelle fila fasciste all’avvento del regime.

Tanti altri sono i personaggi che si incrociano nel dotto libro di Scianca, ovviamente, e anche gli episodi, compresi quelli aneddotici narrati con penna sempre brillante. Non si può darne qui conto.

Tre elementi che emergono

Tre elementi risultano però confermati, per me, dalla sua lettura: a. che la cultura fascista (non ovviamente nel senso parodistico che ha corso nel dibattito pubblico attuale) è esistita, è stata forte e non banale, e che essa è connessa, da mille fili che si intrecciano fra di loro, alla cultura precedente e seguente, anche non fascista e antifascista; b. che il Novecento, di cui Mussolini è stato protagonista a livello mondiale, è stato un “secolo filosofico”, e in questo senso impolitico, cioè ispirato a idee che volevano provarsi senza mediazione nella realtà; c. che la cifra predominante della cultura novecentesca, e che unisce la destra alla sinistra, è stata quella dell’antiparlamentarismo, della delegittimazione morale dell’avversario, della “rivoluzione” più o meno palingenetica, dell’idea eroica e non prosaica della vita e della politica.

In questo senso, il Novecento, profondamente illiberale, continua anche oggi nelle mille e diverse torsioni della ideologia italiana, e non solo. Le sfide del mondo nuovo impongono tuttavia una riformulazione, tutta da immaginare, di categorie e canoni etico-politici. Trattare la storia per quello che è stata, non proiettandola senza mediazioni su una attualità che è tutt’altra cosa, è indice di serietà e onestò intellettuale.

Corrado Ocone, 14 settembre 2020

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