
Giorgia Meloni è una delle interpreti più scaltre ed intelligenti del sistema marcio italiano. E fa male chi la sottovaluta. Una politica che ha saputo passare dal marginale “topo di fogna” – perché così venivano trattati ingiustamente per anni gli esponenti della destra, lei e il suo partito – a dominatrice del banchetto statalista. Ora è a capotavola, ed i suoi hanno la bava ancestrale alla bocca.
Finora purtroppo, la sua intelligenza politica non è stata messa al servizio dell’Italia, delle riforme strutturali che il Paese aspetta da decenni. È al servizio del potere della sua fazione. Del mantenimento del consenso. Della conquista di ogni ganglio del sistema pubblico.
In campo economico? Zero assoluto.
Nessun taglio alla spesa pubblica, nemmeno quella più improduttiva o clientelare. Il rapporto spesa pubblica/PIL ha superato il 55%, segno evidente che non c’è alcuna svolta liberale, né contenimento della voracità dello Stato. Sugli oltre 1.200 miliardi di euro annui di spesa pubblica, non è stato limato un solo centesimo strutturale.
Sul fisco?
Nulla. La pressione fiscale è ai massimi storici. Lavoratori e imprese restano strangolati da un sistema tributario asfissiante, mentre si continua a criminalizzare chi produce e si inaspriscono ricatti e controlli. Nessun accenno a riduzioni fiscali generalizzate, nessuna rivoluzione fiscale. Solo ritocchi cosmetici.
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Nel frattempo, Meloni fa acrobazie sul piano internazionale. Flirta con il PPE a Bruxelles, gioca su tre tavoli con von der Leyen, Orban e Trump, strizza l’occhio a Milei mentre in patria fa l’esatto contrario: nessuna deregulation, nessuna privatizzazione, nessuna dismissione, nessuna liberalizzazione. Milei ha tagliato e risanato, lei ha confermato tutti i carrozzoni pubblici italiani e ne ha creati di nuovi. Ma i due amoreggiano a favore di Instagram.
Sovranista con Orban, atlantista con Biden, ma migliore amica di Trump, europeista quando c’è da incassare fondi del PNRR e poltrone in Commissione, populista quando serve rassicurare i suoi. Un triplo salto mortale della coerenza, senza rete. Un fenomeno.
Questa è la sua forza: si muove come un delfino nell’acqua del sistema italiano e con lucidità e precisione sullo scacchiere internazionale. Un’interprete straordinaria del sistema statalista contemporaneo, clientelare, fiscalmente oppressivo, dove chi sa manovrare meglio all’interno delle regole non scritte del potere può durare a lungo. In questo Giorgia Meloni è maestra, serie A.
Ha capito che per durare non serve cambiare davvero: basta sembrare “meno peggio” di Schlein, Conte o Fratoianni. E ha anche capito che non ci vuole poi molto per lei. Con il suo stile da “finta rivoluzionaria” ha anestetizzato il popolo della destra che voleva meno tasse, meno Stato, più libertà. Ha svuotato di senso le parole “liberale”, “sovranità”, “identità”, usandole solo come specchietti per le allodole.
Eppure il paradosso è servito: chi doveva “cambiare tutto” – sul campo economico e fiscale – non ha cambiato nulla. Ha solo spostato i commensali, ha messo i suoi, senza toccare la tavola imbandita del potere statalista.
Andrea Bernaudo, 4 agosto 2025
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