Qui al bar avremmo preferito che vincesse il Sì, ma rispettiamo e onoriamo la volontà popolare. Anche Matteo Renzi pare lo faccia. E infatti ha lanciato la provocazione: “Questo referendum costituzionale”, ha tuonato, “ha detto con chiarezza che Giorgia Meloni ha la fiducia del Palazzo ma non quella del popolo. Quando è successo a me, mi sono dimesso da tutto”. “Giorgia Meloni avrà lo stesso coraggio?”, ha insistito su X, che noi compulsiamo tra un caffè e l’altro. “Io mi sono dimesso da premier, da segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa”.
Ora, a parte che la Meloni aveva cercato fin da subito di evitare di trasformare il voto in un plebiscito su di lei – fallendo, evidentemente, ma sul fatto che non ne avrebbe interpretato l’eventuale esito negativo come un invito a farsi da parte, era stata chiara – ma va anche ricordato che persino a Renzi, il dimissionario da tutto, in realtà mancò un po’ di coraggio. “Se perdo, lascio la politica”, promise nel 2016. Noi lo vediamo ancora là. Per carità: è vero che, all’epoca, uscì da Chigi e anche dal loft del Pd. Ma tre anni dopo ce lo ritrovavamo già – a proposito di governi con la fiducia del Palazzo anziché quella del popolo – a impapocchiare un esecutivo con i 5 stelle e la sinistra. Era la famosa “mossa del cavallo”, con cui il senatore neutralizzò la mossa del Papeete di Matteo Salvini. Non ci risulta, insomma, che Renzi sia andato a fare un altro mestiere. Meglio così, magari. Almeno ci si diverte ancora…
Il barista, 24 marzo 2026
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