
Il percorso di Ursula von der Leyen ricalca il meccanismo dei riti iniziatici, in cui c’è sempre una rinuncia per assurgere ad uno status diverso, un livello superiore. Un passaggio in cui si abbandona qualcuno o qualcosa. E per Ursula il matrimonio con il marito Heyko, discendente di un’antica casata nobile di rango principesco con radici che risalgono a oltre 500 anni, è stato uno dei vari passaggi che le è valso il titolo di baronessa ma, soprattutto, lo sposo ha fatto scivolare in secondo piano l’ingombrante figura paterna, Ernst Albrecht.
È a lui, alto funzionario della Commissione UE e politico della CDU, che Ursula deve l’esposizione precoce al potere. A Bruxelles come a Berlino. Albrecht finì più volte nel mirino per aver coperto ex membri del partito nazista nel suo staff. Un fardello pesante, in tempi ancora lontani dai tribunali morali dei social. Affrancarsene simbolicamente, rimuoverlo – è stato il primo sacrificio della figlia devota. Un taglio netto. L’iniziazione è cominciata lì.
La seconda prova arriva anni dopo, quando Angela Merkel le assegna il Ministero della Difesa, convinta di toglierle così ogni velleità futura.
È un Vietnam politico: caserme fatiscenti, soldati senza equipaggiamento, scandali su scandali. Eppure, von der Leyen sopravvive, più per astuzia che per merito. A salvarle la carriera è un oscuro burocrate, Andreas Conradi, capo giurista del Ministero, che ‘copre’ con diligenza ogni indagine sul boom delle consulenze esterne: 155 milioni di euro nei primi sei mesi del 2019, con McKinsey e consociate a fare incetta. Conradi protegge, la sottosegretaria Katrin Suder ex McKinsey, insabbia tutto, poi si dimette. Ursula, intanto, plana verso Bruxelles, illesa e ripulita.
Ed eccoci alla terza e ultima prova, quella che chiude il ciclo iniziatico: la rinuncia finale, quella dell’anima. Per garantirsi un secondo mandato alla guida della Commissione, von der Leyen è disposta ad aprire ai voti dell’estrema destra europea, e pure a Giorgia Meloni. Dimentica l’antifascismo, sorvola sul passato post-MSI, e blandisce i conservatori che un tempo avrebbe combattuto.
Il prezzo? L’identità politica dell’Europa stessa. Il suo sacrificio più grande non è né il padre né l’onore ministeriale: è la coerenza. Von der Leyen non è un’eroina europeista. È il prodotto terminale di un’élite che scambia l’etica per un protocollo, e il potere per una religione. L’iniziata ha superato tutte le prove, è vero, ma la rinuncia a se stessa la pagherà cara e noi con lei.
Luigi Bisignani Il Tempo 15 maggio 2025
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