La grandezza si annuncia e lo fa in modo bizzarro, a monito di predestinazione. Ha 3 anni il baio oscuro, chiamato col nome di una ambasciata, quando esordisce in un ippodromo, inesperto, giovane e focoso com’è rompe subito di galoppo, deve retrocedere ma poi si mette in riga e il suo trottare è volo che incanta e spaventa, recupera, divora gli avversari uno via l’altro: la leggenda di Varenne è cominciata e nessuno lo sa e tutti lo sanno, lo capiscono. Subito. Quattro anni soli di gare, di vittorie, 62 su 71 corse, un indemoniato, poi lo mettono a montare e genera duemila campioni, ma mai come lui. Nessuno come lui. Questo alieno equino, figlio di un americano e di una italiana, non incarna solo la Nike dei predestinati, è Polemos apocalittico, è Apollo e Dioniso insieme, è Gea o Gaia, la perfezione della natura che annichilisce, mette soggezione, fa sentire, lui cavallo, ogni umano una povera cosa.
E la perfezione sa di essere tale, anche in forma animale, allo stesso modo del Genio che secondo Goethe presuppone necessariamente la coscienza di esserlo. Chi lo ha osservato anche solo correre, volare aggraziato e possente, anche solo da lontano col binocolo, anche solo per un fremito nel suo box, riferiva immancabilmente di una presenza semidivina, come una corrente, un vento nel vento, per dirla con Lucio Battisti, perfettamente consapevole.
Non è proprio vero, come canta Enzo Jannacci in quella canzone dedicata, che Varenne “non poteva rimontare perché era sempre in testa“: due, tre volte in carriera gli era successo, e quei recuperi sfrenati mettevano più paura delle accelerazioni al comando dall’inizio. Come altri prodigi dello sport, ossia della natura divina, come Muhammad Ali e Maradona, il cavallo alato Varenne odiava sforzarsi, allenarsi, si esaltava nella difficoltà e godeva del trionfo che Dio gli aveva accordato, trionfo fisico, tecnico.
I Varenne sono predestinati e nella loro testa cavallina, nella solennità quadrupede anche questo sanno. Conoscono la loro missione. Che non è tanto vincere, macinare trofei, fare soldi, più di 6 milioni di premi, il più redditizio purosangue di tutti i tempi, ma stupire il mondo, testimoniare della grandezza divina, della grazia sovrannaturale.
Muore vecchio, Varenne l’immortale, muore vecchissimo, muore per un infarto fulminante e forse ha deciso che era tempo per l’ultima corsa. Al galoppo, finalmente, una gioia che gli fu negata per tutta la vita, perché il prodigio sconta adeguata tortura. Da anni nascosto al mondo, ma oggi i ragazzini solfeggiano sul telefonino per chiedere all’intelligenza artificiale chi fosse questa meraviglia che tutti raccontano. Ma se vai su YouTube ottieni solo pallidi ectoplasmi di gloria. Come per tutte le presenze ultraterrene, Varenne poteva scavarti dentro solo osservandolo, respirandolo, avvertendo la sua corrente misteriosa e inquietante. Dio ama compiacere nelle forme più diverse, ama terrorizzare gli umani con la bellezza per ricordare loro quanto poco possano essere, al punto che un quadrupede può imbarazzarli. Ma Dio nel suo furore è benevolo, se regala un’eternità, quella sarà per sempre. Ognuno può immaginare Varenne, il baio oscuro, correre e correre nella notte, grazioso e terribile, la criniera nera come uno stendardo, la vittoria come una routine, ognuno vedendolo scivolare sull’aria può cadere in vortici di domande che non trovano risposte, e forse è meglio così.
Max Del Papa, 18 agosto 2026
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