
Guardo con sempre maggiore distacco le cosiddette rubriche di approfondimento che prevedono la partecipazione di diversi ospiti, appartenenti più o meno alle due fazioni politiche in lotta. Al di là della confusione di concetti e di idee (pochine), di numeri citati a caso, di negazione dei principi di causalità e non contraddizione, ciò che più mi colpisce è l’immaturità che caratterizza le giovani leve dello scenario politico, fatte salve, ovviamente, rarissime eccezioni.
E l’apoteosi della confusione e degli atteggiamenti adolescenziali si raggiunge quando si entra nel merito della guerra di Hamas a Israele. Si parla di aggressioni, stragi di innocenti, morti per fame, deportazioni, bambini che muoiono e chi più ne ha, più ne metta. Nella melassa di buoni sentimenti a buon mercato, di voci stridule che perforano i timpani, di facce stravolte dall’indignazione e dal dolore, di accuse a questo o a quello, come se con la sola imposizione delle mani si potesse pacificare il mondo, appare evidente che nell’inconscio collettivo dei millennials (nati fra gli anni ’80 e i primi anni 2000), per non parlare della generazione Z, il concetto di guerra è completamente assente.
Io ho la fortuna di far parte della generazione dei baby boomers, anzi, direi, doppia fortuna: ho potuto ascoltare direttamente i ricordi di chi ha vissuto e combattuto durante la prima e la Seconda guerra mondiale, pur vivendo nella pax americana. Quindi, seppur indirettamente, so che cos’è la guerra e il concetto è profondamente radicato nel mio essere.
I miei parenti sono toscani e marchigiani. Da bambino, quando andavo a Pisa con il mio papà, arrivati vicino alla stazione, coglievo nel suo sguardo un profondo turbamento. Un giorno gli chiesi il motivo di tale disagio. Mi raccontò che, quando era sfollato (non deportato) sulle colline lucchesi per sfuggire ai bombardamenti, e dove lui e i suoi fratelli avevano rischiato di morire di fame, con una bici sgangherata fu costretto a cercare qualcosa da mangiare a Pisa, distante una quarantina di chilometri da dove si era rifugiato con il resto della famiglia.
Arrivò in città qualche giorno dopo il bombardamento di Pisa del 31 agosto 1943, durante la Seconda guerra mondiale, condotto da 152 bombardieri americani B-17 che, sganciando oltre 400 tonnellate di bombe in 7-10 minuti, durante l’ora di pranzo, uccisero tra 982 e 2.500 persone, uomini, donne, vecchi e bambini; ci furono migliaia di feriti e sfollati, fu distrutto circa un quarto della città, inclusi quartieri centrali e infrastrutture.
Fu solo il primo di 54 attacchi. Mio padre, oltre che dalla distruzione, fu sconvolto dal fetore dei corpi in decomposizione, giacenti da giorni sotto le macerie. Sulle colline lucchesi non c’era da mangiare. Mia nonna andava a raccogliere erba e mendicava le bucce di patate dai vicini, per far finta di mettere qualcosa in tavola. Era fame, fame vera, insopportabile, che ti entrava nelle ossa e ti trapanava il cervello.Mia madre, originaria di Ascoli Piceno, sfollò con sua madre e il suo fratellino dalla città per sfuggire agli orrori della guerra e alla fame, per andare a cercare lavoro vicino a Pisa, alla CMASA, specializzata nella costruzione di idrovolanti e componenti aeronautici.
Il viaggio fu interminabile. Era una ragazza madre e viaggiava portando con sé una vecchia valigia di cartone e due bimbi piccoli. Le strade erano distrutte e percorse centinaia di chilometri aiutata durante il tragitto da conducenti di mezzi i più svariati. Arrivò fortunosamente a destinazione e poté finalmente iniziare una nuova vita, ancora sotto i bombardamenti, ancora fatta di miseria, ma la fame, almeno, era quasi sopportabile.
Da bambino vedevo i muri della chiesa crivellati di proiettili e mi divertivo a recuperare i proiettili conficcati nell’intonaco. Poi seppi che lì, tedeschi e partigiani, ovviamente a turno, avevano mitragliato diversi civili. Giocavamo con proiettili d’obice inesplosi, e ogni tanto capitava che qualche mio compagno venisse ferito seriamente da bombe e mine inesplose.
Potrei continuare per decine di pagine, ma quello che mi preme sottolineare è che chi non ha fatto propri questi ricordi non può capire cosa sia la guerra, come sia scontato che durante i bombardamenti muoiano civili, bambini compresi. La guerra è, e sarà sempre fame, morte e distruzione.
Ancora una piccola considerazione: nessuno dei miei parenti ha mai incolpato gli americani per quello che avevano fatto e, anzi, hanno sempre provato nei loro confronti ammirazione e riconoscenza. Solo chi ha vissuto sulla propria pelle anni di guerra può capirne la logica.
Carlo MacKay, 15 febbraio 2026
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