Qui al bar stamattina ho sollevato le saracinesche con qualche dubbio sulla cancel culture: ma il Columbus Day, il giorno in cui negli Usa si celebra l’arrivo del navigatore genovese nel Nuovo Mondo, era stato abolito o no? È per la sua eliminazione che Donald Trump ne ha rivendicato il ripristino, ieri sera, ringraziato da Giorgia Meloni?
In realtà, a livello federale, la festività non era mai stata soppressa, mi ha spiegato il nostro Americano, un cliente che non è davvero espertissimo di Stati Uniti ma del caffè lungo sicuramente sì. Il guaio è che diversi Comuni e Stati, tipo la solita California, avevano smesso di festeggiarlo, oppure lo avevano trasformato in una generica ricorrenza per onorare i cittadini originari del nostro Paese, quando non lo avevano addirittura sostituito con rituali dedicati agli indigeni. L’accusa che veniva mossa a Cristoforo Colombo, le cui statue furono divelte durante la fase più acuta della rivolta di Black lives matter e della cancel culture, era di aver dato il via al genocidio degli indiani.
Tesi surreali, eppure sufficienti per essere buttate nel grottesco calderone delle teorie sul razzismo “sistemico”, che riscrive la storia degli Usa alla luce della presunta oppressione perenne delle minoranze. Ora Trump dice: “Amiamo gli italiani”. E speriamo che anche chi aveva cassato le celebrazioni storiche la smetta di coprirsi di ridicolo, mentre prova a rianimare l’ideologia woke moribonda. Viva Cristoforo Colombo, viva l’Italia nel mondo. Compreso il suo caffè.
Il Barista, 10 ottobre 2025
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