«Vorrei provare la sensazione di ammazzare qualcuno». Non era una battuta, né una provocazione adolescenziale. Era una frase pronunciata in classe, davanti a un’insegnante, pochi giorni prima dell’omicidio di Youssef Abanoub, 18 anni, accoltellato nei corridoi dell’istituto professionale Einaudi-Chiodo di La Spezia. A dirla era Zouhair Atif, oggi arrestato con l’accusa di omicidio.
Dopo la morte di “Aba”, come lo chiamavano gli amici, quella frase è diventata il simbolo di una tragedia che, secondo molti studenti, poteva e doveva essere evitata. «Doveva essere presa sul serio», ripetono i compagni – come riportano Corriere e Repubblica – davanti all’obitorio dell’ospedale Sant’Andrea, dove per ore si sono radunati amici e parenti della vittima. Non era l’unico segnale. «Da giorni Atif chiedeva cosa succede in Italia a chi uccide una persona», raccontano ragazzi di 15 e 16 anni della II E. «Ma nessuno lo ha fermato. Perché?».
La pressione sull’istituto è ora massima. Il ministero dell’Istruzione ha annunciato l’invio degli ispettori, mentre il ministro Giuseppe Valditara ha partecipato a un vertice in Prefettura. Si vuole capire se e cosa sia stato sottovalutato. «Ero davanti alla porta, la campanella era appena suonata», ha raccontato a Repubblica un compagno di classe.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la lite tra i due ragazzi sarebbe iniziata nei bagni durante l’intervallo. Quando Atif ha estratto il coltello, Abanoub è fuggito urlando nei corridoi. Il fendente mortale è arrivato poco dopo, all’addome. Ferito gravemente, Aba è riuscito a raggiungere una classe chiedendo aiuto. Atif lo ha inseguito ancora, poi, davanti a un professore, ha lasciato cadere il coltello. Si è seduto al banchetto dei collaboratori scolastici, fissando il vuoto, con quello che diversi testimoni hanno definito «un ghigno».
Secondo quanto ricostruito dal Corriere della Sera, non si sarebbe trattato di un gesto impulsivo isolato: dopo il primo colpo, Atif avrebbe continuato a inseguire la vittima, come se volesse “dare una lezione”. Solo la presenza di altri adulti lo avrebbe fermato. È stato lui stesso a consegnare la lama, porgendola dal manico, ancora sporca di sangue. Poi l’attesa, immobile, mentre un insegnante tentava disperatamente di fermare l’emorragia di Abanoub.
Il movente, per quanto fragile e assurdo, sarebbe legato a immagini pubblicate sui social da Abanoub: vecchie foto che lo ritraevano con la ragazza di Atif quando erano bambini. Eppure, attorno a Zouhair Atif, emergono racconti inquietanti. Compagni e chat parlano di un’abitudine a girare con i coltelli, di una precedente minaccia a un coetaneo fuori da scuola, forse finita con una sospensione. «I due si stavano inseguendo nei corridoi, urlando, c’era sangue, tutti sono scappati. Aba è arrivato in classe chiedendo aiuto. È tutto assurdo. Da giorni eravamo in tanti a scuola a sapere che Atif lo voleva uccidere». Circostanze in parte da verificare, ma che la polizia sta esaminando una per una, insieme ai contenuti del cellulare sequestrato e ai messaggi circolati tra gli studenti.
A restituire un ritratto ancora più complesso del giovane è la testimonianza raccolta da la Repubblica dell’insegnante Elena Bertelli, che lo aveva seguito nel 2024 in un corso di italiano. «Era un ragazzo straordinario, un grande talento. In sei mesi aveva imparato l’italiano perfettamente», racconta. Ma sotto la superficie, dice, c’era altro. «Mi raccontava di una parte di sé che gli parlava, sentiva voci che gli suggerivano cosa fare. Diceva: “quando parlo con lui”».
Un passato traumatico, l’infanzia vissuta lontano dai genitori, un forte senso religioso. «Dopo il 7 ottobre aveva espresso idee radicali che mi avevano spaventato, nutriva odio contro gli ebrei», ricorda la docente. In classe citava spesso versetti del Corano, assumeva un ruolo da leader, da agitatore. “Era intemperante, monopolizzava la classe parlando di Allah, citando versetti, mi aveva anche detto che voleva entrare in politica. Lanciava sfide da radicalista”. Poi periodi di apparente calma, seguiti da ricadute più oscure. «Era come se nessuno vedesse davvero la sua parte buia. Tutti vedevano solo che era bravo, il migliore in tutto».
Due narrazioni, dunque, che si scontrano: da una parte lo “studente modello” descritto da dirigenti e insegnanti, dall’altra il ragazzo “problematico” raccontato dai compagni, quello che parlava di uccidere, che chiedeva cosa succede a chi ammazza qualcuno, che forse brandiva coltelli. A dirlo, ora, saranno le indagini. Ma una domanda resta sospesa nei corridoi dell’Einaudi-Chiodo e nelle parole dei ragazzi: quella frase, detta in classe, e quel suo “saper diventare violento” erano segnali che potevano essere ignorati?
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