Vostra signora dei Pro Pal

Altro che atti di resistenza da comprendere. Il 7 ottobre va dichiarata giornata di lutto planetario

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Francesca Albanese

Ogni tanto l’Onu fa piovere sull’Italia dolci e inattese signore, che sbucano all’improvviso come conigli dal cilindro. Una fu Laura Boldrini, che negli anni ne ha dette una più di Don Chisciotte. Un’altra è tale Francesca Albanese. Costei s’è spesa con esternazioni a dir poco raccapriccianti sulla questione Palestinese e che però, secondo alcuni, farebbero meritare alla signora il Nobel per la Pace. Cito solo quella in risposta al Sindaco di Reggio Emilia che – intento a premiare Albanese in nome di non meglio specificati meriti – così avvertiva: «la liberazione degli ostaggi da parte di Hamas è una condizione necessaria per avviare un processo di pace». Non l’avesse mai detto. Gli rimbrotta la Albanese: «Stiamo parlando di mettere fine ad un’occupazione coloniale. Non possiamo lasciare i Palestinesi abbandonati a quella mostruosità, e poi condannarli e pure giudicarli. Sì, ci sono stati crimini efferati, chiamateli terroristi, chiamateli come volete – terroristi? va bene, terroristi – ma bisogna capirli perché, alla fine, la Storia si ricorderà di questo: sono riusciti a portare la Palestina al centro della discussione. Quante altre volte dobbiamo condannare il 7 ottobre? Abbiamo bisogno di dire ogni volta “il 7 ottobre”? e parlare degli ostaggi senza parlare dei diecimila Palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane? Io il Sindaco non lo giudico, però lo perdono. Però, Sindaco, mi deve promettere che questa cosa non la dice più».

Tralascio ogni commento sul delirio della folla presente, come assetata di sangue; e anche sul delirio di autostima della Albanese, che “perdona” il Sindaco e, con pretese da unta del Signore, si sente soggetto degno delle promesse di chicchessia. Andiamo al sodo e facciamo presente alla signora quanto segue.

Primo. Chiamarli “terroristi” non è una opzione. Non li chiamiamo terroristi per sua gentile concessione, signora Albanese. Terroristi è il nome che si dà a chi ha compiuto le azioni del 7 ottobre. E, di fronte a quelle azioni, a noi non solo non importa neanche capire, come lei pretende, ma con quelle azioni siamo anzi obbligati a neanche provar di capire. Perché puoi avere mille, diecimila, centomila volte ragione, ma con la soppressione di vite prese a caso tra inermi innocenti che nulla hanno a che vedere con le tue presunte ragioni, hai perduto il privilegio che potrei concederti di cercar di capire. E giova anche rammentare che quella del 7 ottobre è solo l’ultima delle azioni con questo stile: la strage di Monaco del ’72, le stragi nelle scuole elementari, negli autobus, nelle stazioni, nei ristoranti.

Sembra che a lei dia fastidio la condanna di questi fatti, signora Albanese: «quanto volte dobbiamo condannarli?» si chiede e ci chiede. Quanto è necessario, signora; tutte le volte che serve, senza stancarsi di ripetere la condanna. Vuol parlare, mettendoli sullo stesso piano, degli innocenti ostaggi di Hamas e dei terroristi palestinesi rinchiusi nelle carceri di Israele? Eh no, non sono sullo stesso piano: innocenti detenuti da terroristi senza alcuna accusa, da un lato, e detenuti accusati di atti criminali da uno Stato sovrano, dall’altro. Innocenti contro criminali, siano essi presunti tali o, peggio, già condannati. Innocenti contro galeotti, vede la differenza, signora? Ma no che non la vede: «se dobbiamo liberare gli ostaggi, che siano liberati tutti, i 50 che tiene Hamas e i diecimila che tiene Israele», strilla. No, signora, può strillare quanto le pare, ma non ci stiamo.

Rimaniamo inorriditi ad ascoltare la parte più mostruosa delle sue parole, quella ove lei concede quasi un merito alle azioni del 7 ottobre (ripeto, le ultime di una lunga, troppo lunga, lista): con quelle azioni, lei dice, «sono riusciti a portare la Palestina al centro della discussione». Mi fa quasi paura, signora. E ancora più paura mi fa chi vorrebbe proporla per il premio Nobel per la Pace.

E vengo al secondo punto. Capisco che stare dalla parte dei terroristi è meglio che stargli contro – non si sa mai, a stargli contro si rischia la pellaccia, visto che quelli son fatti così. Però quella che lei chiama occupazione coloniale è una cosa che, per come è nato lo Stato d’Israele, esiste solo nella sua testa. Dovrebbe rivedere il suo vocabolario, che poi è lo stesso di Hamas. E non solo alla parola “occupazione coloniale”, ma anche alla parola “genocidio”. E la cosa non è questione di lana caprina: risulta che in Israele vivono un milione di Palestinesi, integrati, con tutti i diritti di ogni cittadino d’Israele, e che non sono oggetto di oppressione e men che meno di soppressione. Quelle di Gaza sono atrocità, ma non è un genocidio. Le parole hanno un significato e un peso.

Terzo. Sebbene riluttanti, vogliamo concederle di rispondere all’appello della comprensione del presunto problema Palestinese (non degli atti terroristici, questo mai). Ascoltiamo le ragioni della controparte, cioè di Hamas, leggendole nel suo Statuto, quello del 2017. «L’obiettivo di Hamas è liberare la Palestina, e la Palestina si estende dal Giordano al Mediterraneo»: quindi, carta geografica alla mano, il presunto Stato di Palestina deve necessariamente prevedere la cancellazione dello Stato d’Israele. E infatti: «L’obiettivo di Hamas è contrastare il progetto sionista»; cioè, appunto, la formazione di uno Stato ebraico. E ancora: «l’insediamento dell’entità sionista all’interno della Palestina non annulla il diritto del popolo Palestinese all’intero – intero! – territorio e non conferisce alcun – alcun! – diritto all’entità sionista usurpatrice»; ove, con “popolo Palestinese” s’intende «gli arabi che hanno vissuto in Palestina fino al 1947».

Potremmo continuare e leggere le perle dell’intero Statuto. Col mio cauto pessimismo non intendo rovinare la festa di chi esulta per la tregua presumibilmente raggiunta, ma il punto cruciale, a me sembra, è che la formula dei due Stati non può essere accettata da Hamas, a meno che Hamas non cambi Statuto e rinunci al proposito di distruggere lo Stato d’Israele.

Allora, signora Albanese, sarebbe necessario rendere ogni terrorismo innocuo, e condannarlo senza neanche provare a chiedere ragioni. Così, oltre che stabilire una volta per tutte e a livello planetario il diritto d’esistenza dello Stato d’Israele – i cui territori li aveva, alcuni, i primi, acquistati con denaro sonante dai Palestinesi, e altri conquistati in seguito a guerre da Israele subite – io credo sarebbe forse opportuno, sempre a livello planetario, proclamare il 7 ottobre come giornata di lutto mondiale. Chi non ci starà, scoprirà le sue carte di amico del terrore. Perché nessun torto subìto può dar ragione delle azioni del 7 ottobre. I terroristi dovranno essere consci dell’isolamento planetario in cui verrebbero lasciati. Se il 7 ottobre fosse proclamato giorno di lutto mondiale, e i terroristi avessero la certezza di essere isolati e che è su di essi che si ritorcerà, moltiplicato, il terrore, forse, allora, l’auspicata pace ci sarà.

Franco Battaglia, 10 ottobre 2025

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