
Provo sgomento a leggere che Volodymyr Zelensky avrebbe detto che l’Ucraina deve decidere cosa perdere: la dignità o un prezioso alleato. E, per dirla tutta, provo anche un po’ di rabbia, anche se di tutte le reazioni cui sono avvezzo, la rabbia sta agli ultimi posti; ma in questo caso ci sta. Giustamente, su La Verità, Alessandro Rico ha recentemente commentato: «se qualcuno rischia di perdere la faccia, quello è Zelensky e i suoi alleati europei». Vorrei essere più esplicito di Rico: non si tratta di faccia e non si tratta di rischio. Si tratta di dignità, proprio quella dignità di cui, con blasfemia, va cianciando Zelensky. E non si tratta di rischio, perché la dignità è già perduta da un pezzo.
Questo piccolo uomo ha perso la dignità nel 2022, se non prima ancora. Fu eletto nel 2019, promettendo che avrebbe interrotto la guerra civile che durava da 5 anni. Prese oltre il 73% di preferenze, e le prese dai suoi compatrioti filo-russi e russofoni (come lo è egli stesso). La valutazione è facile da fare: gareggiava contro il presidente uscente, Petro Poroshenko, figlio del colpo di Stato del 2014 e che rappresentava i filo-occidentali. Fino ad allora, le due fazioni – la filo-occidentale e la filo-russa – dividevano il Paese in due parti, circa uguali tra loro. Il 73% dei sostenitori di Zelensky, allora, non potevano che essere tutti i filo-russi (cioè le vittime della guerra civile) e la metà dei filo-occidentali. Oggi l’uomo è travolto dalla corruzione dei suoi diretti collaboratori, ma è spontaneo sospettare che egli non ne sia esente; e non per l’abusato mantra del “non poteva non sapere”, ma perché già (lo scorso luglio) egli aveva effettivamente provato a tacere l’organismo di controllo-corruzione, tentativo sui cui ha dovuto far retromarcia dopo la protesta della gente. Ma prima ancora, l’uomo ha tradito il proprio popolo. Lo ha fatto quando non ha mantenuto la promessa elettorale. Ma, ancora più grave, lo ha fatto quando si è impegnato in una guerra che era persa in partenza: Zelensky ha le mani grondanti del sangue del proprio popolo.
Che la guerra fosse persa in partenza non è senno del poi. Lo scrivevamo qui fin dal 27 febbraio 2022: «la Nato dichiari di rinunciare una volta per tutte a “invitare” l’Ucraina a farvi parte». Inutile ripetere ad nauseam quel che scrivevamo, a scadenza quasi settimanale per due anni. Siamo stati sopraffatti dal rumore scomposto e belligerante delle donnette d’Europa e di un’opinione pubblica che le ha sostenute. Ursula von der Layen, Kaja Kallas e Pina Picierno, hanno le mani altrettanto rosse come quelle di Zelensky. Il piano di Donald Trump – eccellente, anche se a tratti verboso, ripetitivo e pleonastico – vorrebbe salvarli tutti, proponendo l’amnistia generale. Amnistia per quale reato? Quello di insipienza. Doppia insipienza, direi.
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Prima insipienza: essersi, ottusamente più che ostinatamente, rifiutati di, non dico ascoltare, non dico considerare, ma anche solo riflettere sulle istanze di sicurezza sollevate da Mosca. L’ultima volta che le aveva sollevate era il 17 dicembre 2021: “non sono in agenda” rispondeva laconica e indisponente la Nato. Seconda insipienza: anche solo immaginare che si potrebbe mai vincere una potenza nucleare. Possibile che il Giappone non ha insegnato nulla a nessuno? Già una potenza nucleare non si sogna di fare la guerra ad un’altra potenza nucleare: sarebbe una guerra perduta, già in partenza, da entrambi le parti. Ma una guerra come quella sostenuta dall’Ucraina non poteva che essere – come lo è stato – un suicidio. Non mi capacito come questa cosa non sia stata fin dall’inizio compresa. Zelensky ha perso la propria dignità non solo tradendo la promessa elettorale, e poi intraprendendo la guerra; ma anche elemosinando armi per tre anni, senza vergogna. Senza vergogna e senza capire che non ha importanza quanto militarmente forte possa diventare l’Ucraina: la Russia ha migliaia di testate nucleari; immagino puntate su ogni angolo del pianeta. Dico “immagino” perché non lo so; ma lo immagino perché se fossi Vladimir Putin, avendo migliaia di testate nucleari le punterei su ogni angolo del pianeta: perché averle, sennò?
Il piano di Donald Trump appare ottimo. I 28 punti, così come ci sono stati diffusi dalle varie agenzie, appaiono, dicevo sopra, ridondanti e pleonastici. Ma tant’è: forse in diplomazia un po’ di melodramma non guasta. Alla fine, i punti sono tre. 1) Ucraina fuori dalla Nato e Nato fuori dall’Ucraina e, più in generale, garanzie di sicurezza sia dell’Ucraina sia della Russia; 2) garanzie di pari dignità ai russi d’Ucraina; 3) mantenimento alla Russia dei territori da essa conquistati in guerra.
Si noti che i primi due punti sono gli stessi del 2022, mentre il terzo se lo sono cercato gli stessi ucraini e i loro guerrafondai sostenitori. Tutti i restanti punti sono un conseguente corollario di questi tre; come per esempio, la celebrazione di nuove elezioni in Ucraina, il ripristino delle buone relazioni tra tutti e la cancellazione delle sanzioni. Particolarmente interessante – soprattutto per Zelensky – è il punto sull’amnistia generale. L’uomo formalmente e legalmente si salverebbe, ma non so la sua coscienza e quella di coloro che lo hanno così insipientemente sostenuto. Non parlo delle figure folkloristiche, patetiche e, tutto sommato, insignificanti, dei Carlo Calenda. Dico della Nato e della Ue. La prima aveva promesso di aiutare Zelensky, ma o lo ha ingannato o ha fallito: qualunque sia il caso, mi chiedo che fine farà. Quanto alla Ue, non saprei fare previsioni: ma se il piano dei 28 punti va a buon fine, i vertici della Ue non possono cavarsela con un “scusate, abbiamo scherzato”. Qualche ideuzza l’avrei, ma staremo a vedere.
Franco Battaglia, 26 novembre 2025
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