Il conflitto arabo israeliano impone di non dimenticare quello che avvenne il 16 ottobre 1943 a Roma – quel sabato di 82 anni fa in cui furono arrestati 1258 persone, di cui 689 donne, 363 uomini e 207 tra bambini e bambine, appartenenti tutti alla comunità ebraica di Roma – in via del Portico d’Ottavia e nelle strade adiacenti.
Il fatto che si tratti di un “passato che non passa” – come ci ricorda Gian Enrico Rusconi nel suo libro Germania: un passato che non passa. I crimini nazisti e l’identità tedesca, pubblicato nel 1987 – e che, evidentemente, non vuole passare, è testimoniato dall’atteggiamento di Hamas nei confronti di Israele, che, di fatto, ha alimentato, ovunque, l’antisemitismo. Perché, c’è poco da fare, l’antisionismo non è altro che una forma moderna di antisemitismo.
Ma l’odio nei confronti degli ebrei affonda le sue radici nell’antichità e non è una questione legata solamente alle leggi razziali del 1938. Ed ha ragione il ministro Eugenia Maria Roccella quando sostiene che non è corretto parlare di antisemitismo legato solamente al fascismo.
Infatti, vi è da dire che si parla di antisemitismo già nelle Historiae di Tacito, laddove si narra che la diaspora ebraica – la dispersione dalla loro terra d’origine – avvenne nel 70 d.C. quando l’imperatore romano Tito distrusse Gerusalemme ed il suo Tempio. Successivamente, gli ebrei sono stati sempre oggetto di odio incomprensibile e di violente persecuzioni e, a tal proposito, vanno ricordate anche le violenti oppressioni che subirono in età medioevale e moderna, in cui gli stessi furono obbligati a vivere nei ghetti, venendo considerati come parte del popolo con diritti limitati.
In epoca più recente, alla fine del XIX secolo, va evidenziato come proprio l’antisemitismo – che aveva preso piede negli ambienti più reazionari della politica – condizionò il processo contro l’ufficiale francese Alfred Dreyfus, di origine semita, che fu ingiustamente condannato per spionaggio a favore dei tedeschi. Tuttavia, in sua difesa, intervenne Émile Zola che scrisse sul quotidiano francese L’Aurore un intenso atto d’accusa – J’Accuse…! – nei confronti delle autorità che lo avevano processato e condannato.
Successivamente, va sottolineato che, in risposta alle discriminazioni antisemite e ai violenti pogrom che segnarono l’Europa orientale tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, nacque, tra gli ebrei europei, un movimento politico e spirituale destinato a cambiare la storia: il sionismo (dal termine Sion che indica la parte più antica di Gerusalemme).
Il sionismo, infatti, nacque con l’obiettivo di ricostituire in Palestina, allora sotto il dominio dell’Impero ottomano, una sede nazionale per il popolo ebraico. Essa avrebbe dovuto consentire agli ebrei della diaspora di ritrovarsi nella loro antica patria e di ricostituirsi come popolo indipendente. Ne fu appassionato promotore Theodor Herzl, giornalista e scrittore viennese, che, nel 1897, organizzò a Basilea il primo Congresso sionista, dando forma e programma politico a un’idea che, fino ad allora, era dispersa tra religione, speranza e necessità di sopravvivenza.
A seguito di ciò, già nel 1915, circa centodiecimila ebrei raggiunsero la Palestina, e, nel 1917, il governo britannico, con la Dichiarazione Balfour, affermò ufficialmente l’impegno a favorire la creazione in quella terra di una “sede nazionale per il popolo ebraico”. Tuttavia, il progetto si concretizzò soltanto nel 1948, con la proclamazione dello Stato d’Israele, all’indomani delle terribili persecuzioni naziste e della Shoah, che sterminò sei milioni di ebrei in Europa. Fu allora che l’idea sionista assunse il suo pieno significato storico: la rinascita di un popolo nel proprio territorio come risposta definitiva alla persecuzione e all’esilio.
Purtroppo, oggi, quell’odio sembra essere tornato con linguaggi e con metodi nuovi. L’antisemitismo, infatti, non sempre si presenta in forma diretta. Spesso si traveste da antisionismo, si ammanta di ragioni morali o geopolitiche, ma conserva lo stesso nucleo ideologico e di disprezzo nei confronti degli ebrei. Criticare le scelte politiche di Israele è legittimo, ma un conto è la critica, un altro è la negazione del diritto all’esistenza dello Stato ebraico oppure la colpevolizzazione collettiva del popolo semitico, sia dentro che fuori da Israele.
Leggi anche:
- L’Università si piega ai Pro Pal: silurato il prof israeliano, vergogna
- C’è chi dice no alle occupazioni Pro Pal nelle università
Quando le piazze, le università o i social si riempiono di slogan che confondono la politica con l’identità, la storia si deforma. E quando l’indignazione selettiva diventa odio, la memoria si spegne. Il rastrellamento del Ghetto di Roma rappresenta, dunque, una lezione permanente: non soltanto un capitolo della storia, ma un vero e proprio monito politico. Ogni società libera è chiamata a riconoscere il punto in cui la critica legittima diventa negazione, e la passione civile si trasforma in intolleranza. Alla luce di ciò, di fondamentale importanza è il ricordo di ciò che avvenne il 16 ottobre 1943, che, proprio oggi, aiuta a riconoscere i segni dell’odio quando questi tornano come linguaggio pubblico.
Perché l’antisemitismo, qualunque maschera indossi, rappresenta lo stesso baratro morale che vide, quel sabato mattina, i camion militari imboccare via del Portico d’Ottavia sotto lo sguardo smarrito di una città intera.
Ecco perché, come sostiene il ministro Roccella, l’antisemitismo non può essere relegato al solo fascismo. Ciò ci fa capire che la memoria storica richiede anzitutto la conoscenza di ciò che è stato. Solo chi guarda con lucidità alle proprie ombre può difendere la luce della civiltà: ignorare la storia significa permettere che, ogni volta, si ripeta. Non dimentichiamolo.
Giovanni Terrano, 16 ottobre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).


