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2026, tutti gli ostacoli di Giorgia Meloni

Si preannuncia un anno di record per la premier, ma anche di possibili insidie

meloni Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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L’anno del potere davanti allo specchio. «Cominciate col fare ciò che è necessario» è l’incipit di una frase di San Francesco d’Assisi. Poche parole che oggi suonano quasi provocatorie. In un mondo attraversato da ben 56 guerre, come ci ricorda instancabilmente Papa Leone, l’esortazione del poverello di Assisi sembra parlare non solo ai fedeli, ma a chi esercita il potere. Perché, in un tempo di conflitti e di poteri che si sovrappongono, anche con il clamoroso arresto di Maduro, la lezione resta semplice e in controtendenza: la forza non sostituisce il limite e l’autorità, quando dimentica la misura e non governa più, diventa dominio. Forse non è un caso che il 2026, annunciato da Giorgia Meloni come un anno «duro», coincida con l’anno francescano. Mentre la politica si attrezza a mesi di tensioni e scelte decisive, il calendario rimette in scena San Francesco, che ha fatto della coerenza la propria cifra.

Un controcanto morale ammirato anche oggi, in un mondo impazzito e, per quanto ci riguarda, in un Paese dove i salari non tengono il passo, i consumi rallentano e il ceto medio scivola silenziosamente verso quella soglia di insicurezza che è l’anticamera della povertà. Il 2026 non è un anno qualunque. È l’anno in cui ogni scelta pesa più del comunicato che la annuncia ed ogni passaggio istituzionale assume un valore che va oltre l’immediato. È anche l’anno in cui la durata del governo Meloni diventa, per la prima volta, un fatto politico misurabile. Il 2 maggio 2026 l’esecutivo supererà il Berlusconi IV, entrando tra i governi più longevi della Repubblica; il 4 settembre arriverà a quota 1.413 giorni a Palazzo Chigi, oltrepassando anche il Berlusconi II, e la presidente del Consiglio potrà mettere in bacheca il primato di governo più longevo dal 1946. Un contesto che spiega l’accelerazione sui dossier più sensibili – giustizia, autonomia differenziata, le scommesse su premierato e legge elettorale – e il tentativo di fissare ora gli assetti prima dell’approdo naturale alle politiche del 2027.

Nel mezzo, una variabile tutt’altro che marginale: le elezioni anticipate a ottobre, con il record di durata acquisito, a prescindere dall’esito del referendum. Qualora la riforma passasse («il Paese è con me») o se venisse bocciata («servono numeri più larghi»), la carta del voto d’autunno resterebbe comunque sul tavolo. Una mossa che consentirebbe alla premier di capitalizzare il vantaggio e, soprattutto, di non concedere tempo alle opposizioni per riorganizzarsi e trovare una linea comune. Le permetterebbe, inoltre, di costruire un Parlamento a propria immagine e somiglianza, pronto nel 2029 a proiettare lei, o chi lei indicherà, verso il Quirinale. Il 2026 si apre con Milano-Cortina. Le Olimpiadi invernali sono una grande vetrina internazionale, ma anche uno stress test per lo Stato: sicurezza, ordine pubblico, infrastrutture (ancora in colpevole allestimento), coordinamento istituzionale, immagine del Paese. Lo sport c’entra, ma fino a un certo punto. Le Olimpiadi sono una prova generale di affidabilità ed efficienza nazionale. In un clima già teso, ogni disfunzione rischia di trasformarsi tout court in un fatto politico, ogni errore in un simbolo.

Superato l’appuntamento olimpico di febbraio, arriva il vero snodo dell’anno: il referendum sulla giustizia. Occorrerebbe dirlo con chiarezza: non è un referendum «pro o contro» il governo. Ridurlo a un giudizio sulla leadership di Meloni o alle schermaglie tra Conte e Schlein significa trasformarlo nell’ennesimo sondaggio, ma molto più costoso. Il voto riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato, non il tifo politico. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri è una battaglia storica, simbolica e legittima. Nasce dall’esigenza di rafforzare la terzietà del giudice e la chiarezza dei ruoli nel processo penale. È un tema che attraversa da decenni il dibattito giuridico italiano e che non può essere liquidato come bandiera ideologica. Ma il testo sottoposto a referendum va oltre e tocca un nervo delicato: rafforza strutturalmente il pubblico ministero e lo lega ancora di più alla polizia giudiziaria. Un Pm separato, con un proprio circuito di autogoverno, rischia di diventare il centro di gravità di un sistema sbilanciato. E la saldatura con la polizia giudiziaria diventa un legame impiombato.

Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia di Stato operano sotto la direzione diretta dei Pm. Questa contiguità, già forte e protagonista da decenni spesso di una malagiustizia mediatica e spettacolare che ha rovinato migliaia di famiglie, rischia di essere ulteriormente rafforzata. In un sistema realmente equilibrato, la polizia giudiziaria dovrebbe essere assegnata di volta in volta attraverso i comandi territoriali, mantenendo una distanza funzionale dall’accusa. Quando invece la catena di comando passa stabilmente sotto il pubblico ministero, la polizia giudiziaria perde progressivamente la sua terzietà nelle indagini. Intercettazioni, perquisizioni, sequestri, arresti: strumenti invasivi che incidono sui diritti fondamentali e che richiedono contrappesi robusti, non automatismi. E non è un caso se il giustizialista per antonomasia, Antonio Di Pietro, è per il Sì. E, per dirla con il pm dei pm, che c’azzecca Rosy Bindi come volto scelto per il No? Per la fascia 18–35 anni è come fosse un fax nell’era di WhatsApp. A questo si aggiunge il tema del Consiglio superiore della magistratura. Un Csm composto esclusivamente da pubblici ministeri configura un sistema autoreferenziale: chi indaga finisce per controllare anche chi governa chi indaga.

Non sembra una riforma di equilibrio, ma un riassetto costituzionale privo di adeguate garanzie. Non una riforma della giustizia, dunque, ma della magistratura. Colpisce, inoltre, il metodo. Una riforma costituzionale approvata senza accogliere alcun emendamento nelle quattro letture parlamentari rappresenta una forzatura difficilmente conciliabile con lo spirito della Carta. La Costituzione non è una legge ordinaria e non ama le prove muscolari. Molto più lodevole la proposta di legge ordinaria presentata nel 2009 dall’allora senatore Giuseppe Valentino, avvocato e fine giurista, che prevedeva il sorteggio per i componenti del Csm: stesso obiettivo dichiarato – limitare le correnti – senza toccare l’equilibrio costituzionale. Le parole del ministro Nordio, che rinvia a dopo il referendum la riforma complessiva del processo penale, chiariscono il punto: qui non si discute di efficienza della giustizia, ma di redistribuzione del potere dentro l’ordine giudiziario. Non sorprende, dunque, che in molti, anche nel centrodestra e favorevoli al governo Meloni, guardino al No con crescente attenzione.

La conclusione è semplice: non si dovrebbe votare per sostenere o colpire un governo, né per regolare conti tra leader. Si vota per decidere se l’equilibrio tra accusa, giudice e polizia giudiziaria debba essere rafforzato o compresso. I governi passano, le maggioranze cambiano, i leader si consumano. Le regole costituzionali restano. Ed è su quelle, non sul mood del momento, che si misura la tenuta di uno Stato di diritto. Marco Pannella ricordava che i referendum fanno crescere il Paese e concludeva: «meditate, gente, meditate». Un consiglio oggi più utile di molte conferenze stampa.

Luigi Bisignani per Il Tempo 4 gennaio 2025

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