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3 motivi per cui il vertice Putin-Trump non è stato un fallimento

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Non sono d’accordo con chi sostiene che il vertice tra Trump e Putin in Alaska sia stato inutile; tantomeno con chi dice che sia stata una prova della forza di Putin, visto che sul campo è fino a prova contraria in vantaggio e che, per quanto le sue azioni siano criminali, se si vuole la pace non poteva essere ignorato all’infinito.

Il vertice ad Anchorage non è inutile perché apre a una serie di negoziati e incontri diplomatici di cui il mondo in questo momento ha grande necessità, per prima cosa. Era stato esplicitamente chiesto di non ultimare nessun accordo senza Ucraina e Ue, condizione che Trump ha giustamente assecondato. Ovviamente dietro a questa necessità di un accordo vi sono diverse questioni, non solo quella Ucraina, che si districano nei meandri della difesa, del nucleare, del gas, delle “terre rare” e del nuovo assetto geopolitico ed economico dell’intero mondo. Questa guerra, che Putin in mancanza di alternative continuerebbe tranquillamente soffocando i malumori interni, non cesserà certo solo per la bontà dei due leader; ma ciò non è sufficiente a negare la grandezza storica di quanto accaduto, che apre una breccia verso la pace, l’unica possibile in questo momento.

Non si sono visti due leader forti, tantomeno due vincitori. Si sono incontrati due leader che si stanno cercando di rafforzare a vicenda, come testimoniano le dichiarazioni in conferenza. E ciò implica una debolezza, un timore di qualcosa. Trump e Putin si sono resi conto di essersi infilati rispettivamente in quello che alla lunga, senza dialogo e nonostante i pragmatici e attuali interessi nella guerra, specie da parte russa, si rivelerebbe un vicolo cieco per ambedue. Putin per l’isolamento occidentale che non aiuta la già debole economia russa, per la quale il mercato europeo è vitale. Il capo del Cremlino sa anche che il dialogo con gli Usa dà più forza alla Russia e le potrebbe evitare di divenire alla lunga una succursale cinese.

Trump invece si è reso conto del rischio sempre più concreto di una coalizione Cina-Russia-Brics che metterebbe a dura prova gli Usa. Ne sono una prova i dazi e le minacce rivolte all’India per l’acquisto di gas e petrolio russo. In sostanza, per quanto i valori occidentali e democratici difesi in questi 3 anni siano imprescindibili, il tycoon si è reso conto che la situazione geopolitica potrebbe divenire insostenibile, dal momento che l’Ucraina non può vincere sul campo e che la Russia potrebbe direzionare i suoi mercati altrove, verso Paesi che ne legittimerebbero le azioni criminali e consentirebbero al contempo la sopravvivenza economica, indebolendo gli Usa.

La difesa dell’Ucraina interessa molto più all’Ue che a Trump, in primis per le terre rare che riforniscono il nucleare francese, e non solo. Inoltre il presidente americano, dopo essersi garantito il 5% in spese militari dalla NATO e 750 miliardi di gas e petrolio dall’Ue, cifra che comunque resta difficile da raggiungere, a livello energetico, economico e strategico può stare più tranquillo, anche nei confronti delle risorse che la stessa Russia potrebbe in futuro vendere in Europa.

In sintesi, è chiaro che la guerra in Ucraina ha offerto questa possibilità di grandi negoziati economici tra Usa e Russia tesi a rimodulare la politica globale; resta però da conciliare gli interessi economici con la “credibilità” interna ed internazionale che in questi anni sia Russia che Usa hanno speso da parti opposte nel conflitto in Ucraina, guerra che ad oggi è il pretesto per questi “affari”, ma ne rappresenta ora anche l’ostacolo.

Flavio Maria Coticoni, 17 agosto 2025

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