“Non mi definisco di estrema destra, ma di destra autentica”. Inizia così lo scontro tra Roberto Vannacci e Lilli Gruber. E poi il resto segue il copione già visto: lui che cerca di spiegare, lei che lo interrompe e se ne esce con domande o affermazioni (più le seconde delle prime) paradossali del tipo: “Lei è un marito fedele?”, “La famiglia naturale non esiste più da molto tempo”, “Lei sembra ossessionato dagli Lgbt”, “E se scoprissimo che lei è gay? Emigrerebbe dove avrebbe tutti i diritti?”, “E se sua figlia le dicesse di essere omosessuale?”, “Nell’idea di Vannacci la moglie lava i piatti per il coniuge”.
Difficile, insomma, stabilire chi abbia vinto. A dire il vero, lo scontro sembra essere stato privo di una vera partita. La conduttrice ha fatto il suo classico gioco: contestare le affermazioni dell’ospite senza però ascoltarne le risposte. Spesso a tal punto da riformulare la stessa domanda alla quale il generale aveva già risposto, punto per punto, solo pochi istanti prima. Alla fine lui ne esce come previsto: con un bell’assist alla simpatia. Cercando di “distruggerlo”, la Gruber ha finito per mostrarne al grande pubblico le capacità dialettiche sotto pressione.
Bene. Ma cosa ha detto, quindi? Sulla destra: “Le mie idee non possono essere catalogate come estreme”. Sulla Meloni: “Abbiamo tante idee in comune, ma il suo governo ha avuto una deriva: molte delle cose promesse non sono state fatte”. Su Forza Italia: “Vota il Green Deal in Europa insieme al Pd”. Sulle tasse: “No alla patrimoniale”. Sull’immigrazione: “Bisogna remigrare chi non ha diritto di stare qui”. Sul Ponte sullo Stretto: “Le infrastrutture vanno fatte, poi, se ci saranno reati, vanno perseguiti”. Sulla sicurezza: “Bisogna aumentare le pene per i criminali”.
Più interessante, forse, la parte che riguarda il Futuro Nazionale che verrà. Entrare in coalizione nel centrodestra, giura il generale, “per ora non è all’ordine del giorno”. Intanto perché il partito non è ufficialmente nemmeno nato, quindi se ne parlerà a ridosso delle elezioni. E poi perché ci saranno delle “linee rosse” su “sicurezza, immigrazione e Green Deal” che gli appartenenti alla coalizione non dovranno superare. In sostanza, l’ex militare bombarda Forza Italia (“Vogliamo dire che è eterodiretta da Marina Berlusconi?”), ma non chiude del tutto. Sarà quel che sarà.
Per il resto, l’intervista si perde sugli omosessuali (non si capisce bene perché) e sulle posizioni del generale già discusse ai tempi del suo libro “Il Mondo al Contrario”. Gruber e Palmerini intendono a tal punto mettere sul patibolo l’ospite da finire col difendere (e qui sta il paradosso) sia Meloni sia Salvini. La prima, alla quale, udite udite, va dato atto di aver ottenuto buoni risultati in Europa facendo approvare il nuovo decreto Asilo sui migranti. E il secondo, poverino, perché sarebbe stato utilizzato come un taxi dal generale.
Gruber spara sentenze, Vannacci risponde. “La famiglia naturale non esiste più da molto tempo”, dice lei senza citare alcuno studio. “Non è vero”, replica lui. Lilli: “E se una delle sue figlie le dicesse di essere omosessuale?”. Il generale: “Amerà chi vuole, ma non avrà una famiglia”. Poi, quando lui le chiede di elencare i diritti che mancherebbero agli omosessuali, Gruber si perde in un bicchiere d’acqua. Quindi scivola via dall’argomento, un po’ imbarazzata per essere stata colta in castagna.
Il momento migliore arriva verso la fine, quando Lilli sembra quasi innervosirsi per la perseverante tranquillità dell’ospite. Vannacci, infatti, la accusa di volere le porte aperte per i migranti e lei replica stizzita: “Non dica delle sciocchezze. Ho sempre detto che l’immigrazione va gestita, non va strumentalizzata”. Insomma: non mi metta in bocca cose che non ho mai affermato. Peccato che, solo pochi istanti prima, la conduttrice avesse sentenziato che “nell’idea di Vannacci la moglie cucina per il coniuge”, cosa mai detta fino a quel momento dall’ospite. Poi lo scontro sulle quote rosa: “Lei vuol far tornare indietro le donne”, afferma Lilli. Ribatte Vannacci: “Io credo che valgano per quello che sono, non per il loro genere”. Titoli di coda.
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