Esteri

A Gaza è guerra tra clan. Ma piangere per l’influencer di Hamas, anche no

Nella Striscia lo scontro tra jihadisti e milizie anti-Hamas. Muore Saleh Al-Jafarawi, personaggio estremamente controverso

Saleh Aljafarawi
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La guerriglia di Gaza tra clan jihadisti e milizie anti-Hamas ha consegnato alla stampa occidentale l’ennesimo martire: il giornalista Saleh Al-Jafarawi, personaggio estremamente controverso e inequivocabilmente legato a doppio filo con Hamas, è stato ucciso negli scontri delle ultime ore lungo la striscia, intensificatisi dopo il ritiro delle truppe israeliane e chiaramente destinate a decidere chi sarà il gruppo che prevarrà all’interno di Gaza sia a livello politico che a livello militare e sociale.

Ora, i controsensi evidenti sulla vicenda propagati dalla stampa nostrana sono due. Il primo: nella morte di Al-Jafarawi non esiste alcun coinvolgimento di Israele o dell’Occidente, nonostante il pietismo e il tafazzismo dei titoloni dei giornali. Il secondo: il presunto giornalista ucciso non era una voce imparziale dalla Striscia, ma un colluso con Hamas (e basta aprire uno dei suoi tanti account social per averne contezza).

Partiamo dal primo punto: nel momento in cui si è stipulato un armistizio e Israele ha ritirato le proprie truppe, come si può addossare ancora a quest’ultimo la morte collaterale di un sedicente giornalista? Se a Gaza è sorta una guerriglia per il potere, che colpa ha il governo israeliano? Se qualche battaglione fosse rimasto a fare peacekeeping a Gaza le accuse di una reiterata occupazione si sarebbero sprecate. E ora che la Palestina è nuovamente libera la colpa di chi è?

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Se una porzione della popolazione della Striscia decide di non arrendersi al dominio tirannico di Hamas e sceglie di combattere contro di esso, dove si sostanzia l’errore di Israele? E anche supponendo che sotto traccia Tel Aviv stia finanziando le milizie anti jihadiste, siamo sicuri che sarebbe davvero un problema? Ammettere questo significherebbe riconoscere senza alcun rimorso che si vuole legittimare ancora Hamas a capo della regione. E questo sarebbe un errore atroce.

Ma veniamo al secondo punto: l’identità di Al-Jafarawi. Il giovane palestinese non era un eroe, non era una voce libera e indipendente. Era (ed è comprovato) un ingranaggio del grande strumento della macchinazione di Hamas. I terroristi hanno compreso che far leva sul pietismo funziona in Occidente più dei video photoshoppati con il Vaticano o la Tour Eiffel che bruciano. Hanno compreso che fingersi vessati, fare vittimismo, li rende esponenzialmente più forti e più legittimati a comandare. E così lungo la Striscia fioccano presunti influencer e giornalisti che fino a qualche mese fa imbracciavano Kalashinkov e stringevano le mani di Sinwar e degli altri leader islamisti. Il povero Al-Jafarawi era uno di questi. Esultava il 7 ottobre 2023, gridando “Allah Akbar” mentre i missili di Hamas squarciavano il cielo diretti verso Israele. Poi ha iniziato a piangere dopo la risposta di Tel Aviv; da quel momento lacrime a palate e video su video a favor di telecamera con tanto di giubbotto con scritto “Press”.

Sia chiaro, ai tanti colleghi che stanno mistificando l’identità e le opere del “giornalista” su decine di testate: per arrivare a queste informazioni non è servita alcuna approfondita ricerca. Basta andare sul suo account Facebook e spulciare un po’ sui suoi contenuti. Non si può credere che gli addetti all’informazione italiani ed europei siano tutti così menefreghisti o superficiali da non farlo. No, il problema è ben più grave. Le storie strappalacrime dei jihadisti che da lupi si travestono in agnelli fa vendere di più, fa indignare di più. Ma questo non è fare informazione, questo è titillare la propria platea giocando un gioco molto pericoloso, coccolando chi ci odia visceralmente, i fondamentalisti islamici.

Alessandro Bonelli, 13 ottobre 2025

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