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A scuola per rieducare i maschi: l’incubo del MeToo ora è realtà

corso mascolinità

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Che vi devo dire? Sono vintage, classe 1964, uomo di un altro secolo allevato in una spietata società patriarcale; i miei amplessi li ho sempre pretesi da camionista, in canottiera e calzini, brutalmente contro un muro o sul tavolo della cucina. Sono cresciuto nel mito dell’“omo che ha da puzzà”, del bruto sempre in tiro, la mia è una cultura presociale, nduja e peperoncino, ormai non mi salvo più. O forse no, forse una via di salvezza c’è, lo apprendo da un provvidenziale pezzo sul Messaggero: “Uomini a scuola di virilità gentile nell’era del metoo”. Meno male.

Dal titolo non si capisce un cazzo, ma mi ci tuffo con tutti i sentimenti, anche se il bestione che è in me fatica ad orientarsi. Fatica, per esempio, a capire perché c’è un tale Thierry, arredatore d’interni parigino, a un certo punto ha cominciato a vergognarsi di essere maschio perché glielo ha detto il metoo, questa accolita di pentite e di affariste, e si è trasformato in un apostolo della svirilità, uno che, come tutti quelli che salvano, che convertono, rompe i coglioni, totalizzante, ossessivo, intollerante con la scusa del rispetto e dei comportamenti non aggressivi. Fatico meno, invece, a capire la ragione sussunta: questi corsi, informa trionfalmente l’articolo, si stanno pandemicamente diffondendo in tutto l’Occidente (poi uno dice difendere i nostri valori) alla spesa di 750 euro per tre giorni, “pasti esclusi”. Un bel giro, non c’è che dire: tutto imbastito sul senso di colpa. Sono i colpi di coda della balena woke, cancel, politically correct: un italiano in America è un negriero in quanto discendente di Cristoforo Colombo, un bianco è un razzista perché non nero, caffellatte, negrito, giallo, rosso, un maschio è uno stupratore perché uomo, non-donna (anche se ormai l’ideologia gender vieta di mantenere queste assurde distinzioni in base al principio: io sono chi sono a seconda del momento in cui sono).

Dalla paginata del Messaggero affiorano perle imperdibili, qualcuna di involontario sapore sessista. Il pezzo di spalla, per esempio, titola “I movimenti femminili irrigidiscono i rapporti”. E, quanto a questo, è tutta biologia, senza irrigidimento da movimenti femminili non si procrea e la specie si estingue. Ma è da sentire cosa dicono gli “allievi” di queste full immersion nel delirio: “Ho lavorato sul mio lato femminile, l’ho equilibrato con la mia mascolinità (non si dice: tossica, ma il senso è chiaro), è stata una liberazione”. Uno non si comporta più da uomo ed è una liberazione. “Ho preso per mano altri uomini, li ho guardati negli occhi (da cerbiatto?), ora ho il diritto di mostrare le mie debolezze”. Sì, ma prega di non incontrarmi provando a prendermi per mano a me. Il terzo è il massimo: “Dopo lo stage mia moglie mi ha trovato più sensibile. Questa esperienza ha modificato la nostra sessualità”. Da cui, delle due l’una: o questo in tre giorni si è trasformato da Pacciani a un essere umano, oppure adesso quando trombano la donna la fa lui.

Tre giorni, ottocento euro per rinascere meno peloso e più sensibile. Come se essere uomo fosse conferma di bestialità. Ma è questo che la subcultura postcomunista, eurogender, a corto di lotta di classe, punta ad instillare, facendoci su l’affarone perchè accà nisciuna è omo-donna, ma, soprattutto, nisciuna è fess*. Purché ci sia un nemico da combattere nel segno dell’anticapitalismo ecocompatibile. Sono corsi da venditori di pentolame, da televendita di gioielli ricettati e placcati rame, sono stage delle tre carte: sul bisogno di manifestare le proprie emozioni ormai ne abbiamo lette tante, dai presocratici a Malgioglio, che la faccenda ci esce dagli occhi.

Nessuno pretende Tex Willer o Diabolik e nessuno lo vorrebbe davvero per compagno, così come nessuno vuole sul serio la donna carogna che schiaccia i dipendenti e ha la faccia da prugna secca di quella che si è venduta l’anima se mai l’ha avuta. Ma tutto dipende da come le emozioni le tiri fuori, le vivi, le comunichi: qui si presume che il maschio in quanto tale sia un toro da tramutare in bove, comunque un ruminante, lo si vuole senza più capacità di prendere una decisione, di imporsi quando le cose dipendono da lui, di occuparsi dei suoi cari, di sostenere la partner e di farsene sostenere quando crolla. Si pretende una vita che non è più vita, fra umani disumanizzati, svirilizzati, disarticolati e io non dimenticherò quel sacerdote, insegnante di religione, che un giorno ci disse: guardate ragazzi che io sono un prete, mica un cucù.

I cucù siamo noi, la castration culture è l’ennesimo cavallo di Troia per distruggere ogni lascito, per vergognarsi di come il tempo e le società stratificate sul tempo ci hanno modellati. Noi bianchi occidentali patriarcali, s’intende: altre culture, che le donne le tengono segregate e avvolte da tendaggi, ai corsi di svirilità non vengono invitati, loro non ne hanno bisogno. Appena ieri, e invece sembrano eoni da Mina, “Sei grande, grande grande, come te sei solamente tu”, e tutti si identificavano, almeno per quei tre minuti di canzone, in quel maschio insostituibile e – concediamolo – prepotente. Oggi tira il modello Mahmood-Blanco, due che sembrano scappati dalla lavanderia di un manicomio però non puoi criticarli perché se lo fai notare, se dici che è tutta una posa per mascherare la mediocrità artistica, ti ricoverano e ti sbattono al corso di svilirizzazione stile Fantozzi: “Tu ha erezione! Tu ti eccita! Tu kuarta tonna kon tesiterio erotiko!”.

In altre parole, si pretende l’uomo che non è uomo. Poi che le signore questi celenterati li apprezzino solo a parole ma non tra le mura della realtà, amen. Solo che la vita va così e, prima o dopo, prescinde dalla distopia apparecchiata da visionari e paraculi. Già sono cinquant’anni che questo povero maschio bestione sta in crisi, nella sperimentata impossibilità di trasformarsi in un profiterole: dolce, con le palle. Oggi si finge di credere che un balordo, uno psicotico, un cavernicolo se la cavi con i tre giorni tre del corso per effemminarsi. Ma per chi non è borderline è tutto troppo, troppo complicato: se fai un complimento sei uno stupratore, se ostenti indifferenza manifesti passività aggressiva da deviato, se fai una telefonata di troppo sei uno stalker, se ti dimentichi di farla sei uno schifoso che trasuda mascolinità tossica. E non basta mai: più ti sforzi di rispettare i dettami dell’ideologia antiuomo e più troveranno motivi per incolparti. Tu ti danni per essere il meno uomo possibile, finché un giorno ti arriva in faccia uno schiaffo di parole: che uomo sei? Non sei un uomo, sei una ameba.

L’uomo vintage che sono ha le idee ancor più confuse che all’inizio di questo scritto; non gli resta che racimolare qualche decina di migliaia di euro e sottoporsi ad un percorso di una cinquantina di “esperienze” per seccare la virilità estirpando il patriarcato che è in lui. Mi sono convinto, mi iscrivo: sono pieno di empatia, sono già diverso, mi sento anche incinto ma appena appena. E questo articolo l’ho idealmente vergato con inchiostro rosa.

Max Del Papa, 17 maggio 2022