Ogni volta che un carabiniere o un poliziotto spara, quando lo fa è per difendere sé stesso o i colleghi, la notizia arriva sui media con un copione ormai noto: “agente indagato”.
L’ultimo caso è quello di Milano: un poliziotto vede da lontano un uomo puntare una pistola contro colleghi in uniforme e in borghese. Si qualifica, intima l’alt, poi spara. L’uomo muore. Solo dopo si scoprirà che l’arma era un giocattolo, senza tappo rosso, una replica fedele di una Beretta 93. E come sempre, l’agente finisce immediatamente sotto inchiesta.
A questo punto, permettetemi una provocazione: disarmiamo le forze dell’ordine. Sì, proprio così. Facciamole diventare come i “Bobbies” inglesi: manganello, spray al peperoncino e taser. Fine. Perché? Perché l’idea originaria dei “Peelers”, dal nome del fondatore Robert Peel, era che la polizia dovesse mantenere l’ordine pubblico senza armi da fuoco, per favorire la fiducia dei cittadini e ridurre il rischio di escalation. E infatti, ancora oggi, la maggior parte degli agenti britannici non è addestrata all’uso delle armi. Benissimo.
Se vogliamo davvero seguire questa filosofia della “non violenza”, allora applichiamola a tutti. Non solo ai poliziotti che pattugliano le strade, ma anche a chi gira con la scorta. E qui arriviamo ai numeri, previsti dalla legge n. 133 del luglio 2002 a sostegno di:
• Magistrati: 277
• Politici: 69
• Dirigenti d’impresa: 43
• Giornalisti: 21
• Esponenti governativi: 18
A questi si aggiungono 221 operatori, soprattutto militari, ma anche Carabinieri e Polizia, impegnati nella vigilanza fissa. La gestione è affidata all’UCIS, l’Ufficio Centrale Interforze per la Sicurezza Personale. E naturalmente, tutte queste scorte sono armate. Allora la domanda sorge spontanea: se un poliziotto che interviene per strada deve rischiare l’incriminazione ogni volta che reagisce a una minaccia, perché chi protegge politici, magistrati e VIP può portare l’arma e sparare senza che nessuno sollevi obiezioni? Davanti a un caffè ho chiesto agli amici del bar cosa ne pensassero.
Leggi anche:
- Rogoredo: l’ennesimo schiaffo alle forze dell’ordine
- Rogoredo, il mistero del testimone: Potrebbe aver visto tutto. Ma è scomparso
La risposta, riassunta, è stata questa: chi indossa una divisa è un “soggetto a rischio”. Rischia se gli sparano e rischia se spara. E questo non è più accettabile. Ho amici e parenti nelle forze dell’ordine. Ogni volta che sfioro l’argomento, mi dicono che è un tasto dolente. E infatti cambiamo discorso.
Ma noi cittadini non possiamo più far finta di niente. Chiediamo a chi di competenza di definire, una volta per tutte, regole chiare, che permettano agli agenti di difendere la vita altrui e anche la propria senza vivere nel terrore di un’indagine automatica.
Rimaniamo in fiduciosa attesa. Grazie.
Ezio Pozzati, 30 gennaio 2026
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi seguire Nicolaporro.it su Google visitando questa pagina e cliccando ‘Segui su Google“
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


