C’è un dettaglio che rischia di cambiare il racconto ufficiale — e forse anche l’esito giudiziario — della morte di “Zack” nel bosco di Rogoredo. Un dettaglio rimasto sullo sfondo, quasi invisibile: un’altra presenza. Un uomo visto, intravisto, e poi sparito. Ma che potrebbe aver visto tutto.
La cronaca è ormai nota. È lunedì pomeriggio, la luce scende in fretta e il bosco diventa un luogo dove le ombre contano più dei volti. Due poliziotti del commissariato Mecenate si inoltrano lungo un sentiero. Dopo pochi metri, nella penombra, scorgono due sagome insieme ad Abderrahim Mansouri, il 28enne noto negli ambienti investigativi come “Zack”. Lui viene riconosciuto immediatamente. L’altro no. Appare e scompare. Una comparsa fugace, ma non irrilevante.
Poi succede qualcosa. Passano “dieci minuti”. Mansouri ricompare. Questa volta da solo, almeno in apparenza. Alla vista degli agenti, secondo il racconto reso dall’assistente capo al pm Giovanni Tarzia, mette una mano in tasca, estrae un’arma e la “punta verso di noi”. In quei secondi si consuma la decisione che oggi pesa come un macigno. L’agente pensa prima di inseguirlo, poi vede la pistola, estrae l’arma d’ordinanza dalla “fascia toracica” e spara. Un solo colpo. Fatale. Solo dopo si scoprirà che quella pistola era una replica di una Beretta 92. Una scacciacani. Ma in quel momento nessuno poteva saperlo.
E l’altro uomo? Quello visto all’inizio, accanto a Mansouri? Di lui non c’è traccia. Ma il sospetto è tutt’altro che secondario: potrebbe essere rimasto nei paraggi, a osservare. A controllare cosa stava accadendo. Se così fosse, oggi sarebbe un testimone decisivo, forse l’unico estraneo in grado di confermare — o smentire — il racconto dell’agente, che per ora trova riscontro nelle testimonianze dei colleghi.
La Squadra Mobile lavora sui contorni della scena. Telecamere comunali, riprese delle ferrovie, tutto ciò che può raccontare chi è entrato e chi è uscito dal bosco. Non il punto dello sparo, che resta scoperto, ma le vie di accesso sì. Intanto i legali del fratello della vittima alzano la voce: “Serve verità”. Gli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli — gli stessi che difendono Fares Bouzidi nel caso Ramy Elgaml — chiedono di acquisire le immagini di una telecamera “proprio vicina a dove è stato ammazzato”. Ma dai primi riscontri sembra che lì ci sia solo un vecchio lampione, segnala il Corriere.
Dall’altra parte, la difesa del poliziotto non nasconde la propria linea. L’avvocato Pietro Porciani confida che emergano immagini utili: “Speriamo ci siano le telecamere, così si potrà confermare tutto ciò che ha detto il poliziotto. Noi siamo tranquillissimi”. Con una precisazione che suona più come realismo che come polemica: difficile pensare che in quell’area gli spacciatori “abbiano consentito l’installazione e la permanenza di apparati di videosorveglianza”. L’obiettivo è far cadere l’accusa di omicidio e far valere la “legittima difesa”: “La vittima gli ha puntato addosso un’arma, non poteva certo sapere che si trattava di una riproduzione”.
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La procura intanto stringe il cerchio tecnico. Sulla scacciacani sono stati disposti accertamenti biologici per recuperare il Dna e confermare che fosse effettivamente impugnata da Mansouri. L’arma era stata spostata solo per metterla in sicurezza in attesa dei soccorsi. Una consulenza balistica dovrà invece chiarire la traiettoria dell’unico proiettile esploso, quello che ha colpito la testa della vittima. Dall’arma di ordinanza risulta un solo colpo sparato, già in canna. Sotto esame anche i cellulari dei due agenti, per ricostruire movimenti e tempi.
Resta infine un’ipotesi che dice molto del contesto in cui tutto è avvenuto: Mansouri potrebbe non aver riconosciuto i poliziotti. Potrebbe averli scambiati per una banda rivale. In un bosco dove lo Stato entra con difficoltà e le regole sono dettate dall’illegalità, anche questo scenario non è affatto remoto. E forse è proprio da qui che bisogna partire per capire cosa è successo davvero.
Franco Lodige, 29 gennaio 2026
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