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Achille Lauro, falso borgataro, falsa rivoluzione

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Davvero questo Achille Lauro vi scandalizza, vi sorprende? In epoca di mediocrità i peggiori spiccano, ma uno sguardo controluce non fa male. Chi è questo tizio col nome dell’armatore monarchico? È uno che propala la mistica della borgata, lui sbandato che della borgata assorbe i vizi, i drammi e ci malvive. Ma è figlio di giudice di cassazione, nipote di magistrati e di prefetti, la burocrazia alta e altissima che ti fa svacanzare a Cortina d’Ampezzo. Avrà anche passato la sua fase decadente, ma come prima cosa allo spuntar del successo il ragazzo ha fondato una società per gestire i guadagni e l’ha intestata alla madre.

Solo carnevalata

Cospicui guadagni: per inscenare i suoi “quadri umani” a Sanremo, ha preso 120 mila euro in 4 giorni. Carnevalate assai elaborate, di cattivo gusto, dove tutto è aspirazione più che ispirazione. C’è la blasfemia giovanilistica e androgina che funziona con quelli che non conoscono Winkler e Noah o Serrano, tutto uno svolazzare di cuori mistici, di Cristi androgini e Madonne da strada, ma Achille non sospetta Caravaggio, gli prepara tutto Gucci, di cui è ragazzo immagine. E c’è l’evocazione di chi la musica l’ha fatta sul serio. Tutto serve e tutto si scippa, la mediocrità affarista è bulimica e non si fa mancare niente. Come diceva quel direttore di giornale musicale, copiatore compulsivo: “Le parole sono di tutti”.

Achille, che all’anagrafe fa Lauro di nome e De Marinis di cognome, è di quelli che non creano: riflettono, rimescolano, appaiono e sponsorizzano. La “creazione di ricchezza” che usa oggi, alla Chiara Ferragni. Uno che ha capito come il concetto di arte non contempli più alcuna creatività ma solo riciclo e fuori da ogni contesto; la provocazione laurina non è politica e non è consumistica come quella, ambigua, di Warhol, è puramente estetizzante, egoriferita. Non essendoci il talento per intuire e rielaborare, si attinge in modo parassitesco a quello di artisti veri si chiamino Mercury, Bowie, Mina, Renato Zero o Gesù Cristo. I costumi li ricalca pari pari, i trucchi li replica, le canzoni le rivolta, le risucchiate e slinguazzate di scena le ricalca, e tutti: ah, il genio della citazione. Ma che citazione può esserci se è fine a se stessa?

Lauro come Zero? Non scherziamo

L’altra sera ha messo in scena lui che citava lui che ne citava altri cento. Dopo un po’ che lo osservi, questo Achille Lauro, ti viene da sbottare, alla Oliver Hardy col povero Stanlio: insomma, c’è qualcosa che sai fare? Gliel’ha chiesto, a modo suo, lo stesso Renato Zero, regalmente stufo di vedersi vendemmiare: “Riesce ad affermarsi con poco. Io mi sono fatto il mazzo. Cantavo la periferia, non ero un clown. Achille fa con poca spesa, io mi sono fatto un mazzo così. Va bene tutto, a patto che non si prenda in giro il pubblico”. Zero ha colto il punto: la sincerità degli intenti, dell’approccio, e la propensione al rischio vero, altro che scivolare su sentieri tracciati da altri. Il ragazzo Lauro lì per lì ha abbozzato, poi ha dato seguito con un paio di malignità da ringhiera o da bottegaio. Non glielo dire a questi che son dei mediocri, li fai impazzire perché lo sanno e temono il crollo del fatturato.

Ma, per il momento, gli affari sono salvi, mai come quest’anno si è respirata al Festival un’aria mefitica da fine del tempo, da fine impero. Come se tutti, nessuno escluso, dicessero: ma sì, è tempo di negazione, non c’è il Paese, non c’è la libertà, non c’è la prospettiva, non c’è la socialità, andiamo pure a fondo e non diamoci pena di nasconderlo. Da cui la continua sfilata di cantanti più da galera che da balera, a somiglianza di disgraziati o malviventi, sciatti, miserabili o infantili, molti ferocemente decisi a restare, come i grillini in Parlamento, consapevoli che o il reame fatato o l’ombra del ponte. In un passaggio così, la nullità artistica di Lauro sguazza nel suo mare. Achille non crea problemi e non ne vuole. Spreme tutto quello che può nell’attimo che fugge.

Unico obiettivo: garantirsi un futuro

La sua produzione discografica è fluviale quanto inconsistente e lui mette fieno in cascina, da ottimo borghese, fin che dura. Non sa cantare, non sa comporre, è un indossatore, un iconoclasta alla buona, che non fa male a nessuno.