Esteri

Cosa notate di strano nella maratona di Gaza?

L'evento dimostra che il termine "genocidio" per la guerra nella Striscia era senza senso. Ma soprattutto, c'è un dettaglio che nessuno sembra aver notato

Maratona Gaza
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Sabato scorso, a Gaza, qualche migliaio di palestinesi si è presentato alla partenza della decima edizione della Palestine International Marathon: una maratona di 5 km che conta già diverse edizioni all’attivo ma che è stata sospesa un paio d’anni fa per via della guerra lungo la striscia.

A dispetto della narrazione che è attecchita in Occidente e che ci disegna un tragico genocidio in atto sulla Striscia, bisogna dire che le immagini risultano spiazzanti: pettorine numerate, scarpe da running, magliette tecniche, cronometri, punti ristoro e persino musica di sottofondo per motivare gli atleti. Dunque non un evento clandestino sotto le bombe per dimostrare la tenacia di un popolo martoriato, ma una vera e propria gara lungo la strada costiera da Wadi Gaza verso nord, sostenuta dal Consiglio Supremo Palestinese per la Gioventù e lo Sport con il supporto logistico egiziano (che ha difatti farcito il percorso con le sue bandiere, tanto da far credere a molti che la maratona si sia tenuta in Egitto).

Eppure, proprio in questi giorni con particolare insistenza il mondo islamico e una parte dell’opinione pubblica occidentale martellano sul termine genocidio. Ma davvero un popolo in via di estinzione programmata ad opera di un invasore straniero, come molti sostengono, troverebbe tempo, energie e risorse per un evento sportivo organizzato con questa perizia? Vi risulta che, durante lo sterminio nazista degli ebrei, quest’ultimi avessero il vezzo di organizzare maratone?

Ecco perché parlare di sterminio può risultare assai inappropriato. Attenzione, va ribadito: qui non si discute del dolore della guerra e delle difficoltà del popolo palestinese; qui si pone il focus su un termine che ad oggi non si può certamente utilizzare per quanto avviene sulla striscia ma che è diventato un dogma per i progressisti del pianeta.

Poi ci si può soffermare su un altro tema, assai curioso: la quasi totale assenza di donne nella corsa di Gaza. Dobbiamo assumere che nessuna donna a Gaza avesse voglia di correre la maratona? Oppure ammettere che a Gaza esiste un regime religioso che impone una legge dura, quella sì, davvero patriarcale? E in tal caso: dove sono le femministe occidentali, sempre pronte a denunciare il patriarcato ovunque tranne che nelle società islamiche? Perché le palestinesi non hanno diritto di correre come e insieme agli uomini? Forse le nostre attiviste erano impegnate a Genova a protestare contro gli alpini, distribuendo volantini e gridando al maschilismo per un raduno nazionale di un corpo che ha fatto la storia del Paese…

E poi c’è la mazzata, che arriva proprio dagli organismi sovranazionali tanto cari ad Albanese e compagni, ironia della sorte qualche ora prima della maratona: la Corte Penale Internazionale ha recentemente ribadito che non si può affibbiare il termine “genocidio” solo perché una parte dell’opinione pubblica lo pretende. Serve evidenza di intento specifico di distruggere un gruppo, non solo vittime e sevizie in una guerra urbana iniziata peraltro da Hamas il 7 ottobre 2023.

In tal senso le immagini della maratona smentiscono la narrazione apocalittica. Gaza evidentemente non è un lager a cielo aperto: è un luogo dove, nonostante i danni della guerra, la vita continua, si organizzano manifestazioni sportive e c’è chi è tanto prestante fisicamente da correrle. Guardate le foto di Birkenau e vedrete la forma fisica di chi è stato davvero sottoposto a un genocidio. Altro che maratona.

Alessandro Bonelli, 11 maggio 2026

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