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La morte dell'ex ministro

Addio a Franco Frattini, atlantista convinto ma rispettato in Russia

Arrivò ad un passo dal diventare Segretario generale della Nato. Lui sì, avrebbe cercato la pace

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Franco Frattini ha tagliato davvero troppo presto il traguardo della vita. Da consumato slalomista, ha sciato come “istruttore ad honorem” tra i paletti stretti della Prima e della Seconda Repubblica, rimanendo sempre coerente con se stesso. Non ha mai dimenticato chi aveva creduto in lui, ancora giovanissimo, come la famiglia socialista, da dove ha iniziato grazie a Nino Freni, accanto anche a Gianni Castellaneta, che poi nominò ambasciatore a Washington.

Da Ministro degli Esteri in carica non esitò a volare ad Hammamet per il decennale della scomparsa di Craxi, con il quale aveva collaborato, marcando così la differenza con tanti altri beneficiati socialisti che si erano dileguati, da Giuliano Amato a Claudio Martelli.

Lamberto Dini lo volle fortissimamente al Ministero della Funzione Pubblica dopo che Gianni Letta lo aveva scelto precedentemente in qualità di Segretario Generale a Chigi per poi approdare con Berlusconi Premier alla Farnesina, compito che assolse con grande lealtà.  Eppure, come per altri esponenti che si sono affacciati a Forza Italia, il Cavaliere -che oggi lo piange- ha preferito circondarsi da quel Circo Barnum adesso guidato dalla vestale pro tempore Licia Ronzulli, mettendo da parte una classe dirigente di valore, incredibilmente lasciata andare o relegata in un angolo.

Ma anche altri leader hanno sbagliato a non aver puntato su di lui.

Ad un passo da poter diventare Segretario generale della Nato, con l’appoggio anche di Giorgio Napolitano e di Obama, Matteo Renzi preferì indicare l’irriconoscente Federica Mogherini come Alto rappresentante della politica estera della Ue, precludendo di conseguenza quell’incarico a Frattini. E chissà quanto sarebbe stato utile in quel ruolo, per l’Italia e per il mondo, in questi tempi di guerra.

Molto apprezzato negli Stati Uniti, amico personale di Hillary Clinton, avrebbe tentato ogni possibile via per la pace. La sua parola d’ordine in politica estera era infatti “stabilizzare” per inseguire sempre l’armonia tra le nazioni, come aveva fatto con ottimi risultati anche nel martoriato Libano, in Pakistan, dove propose il modello altoatesino per cercare di far convivere le varie fazioni politiche, nella controversia tra Algeria e Marocco o in Libia con il Trattato di Bengasi.

Buongustaio, raffinato sommelier e da poco tempo anche golfista, era atlantista convinto e rispettato anche in Russia; rispetto che, strumentalizzato stupidamente a Roma, gli ha forse ostacolato l’ascesa al Quirinale. Certamente l’Oscar dell’ipocrisia è ancora una volta appannaggio di Enrico Letta, che oggi parla di grande mestizia e di vuoto dopo che l’aveva volgarmente bocciato per il Colle in seguito alla solita ridicola campagna della stampa di sinistra di essere “un agente” al servizio di Putin.

Ma nonostante le sparate del “pisano-parigino”, il prestigio di cui godeva lo ha fatto approdare all’unanimità al vertice del Consiglio di Stato, dove da subito si è messo a lavorare per ridurre la conflittualità interna tra i magistrati del Tar e il Cds con riunioni plenarie mensili per coinvolgerli tutti nella gestione e a mettere ordine al codice degli appalti, da qualche mese definito appunto ‘Codice Frattini’. Da presidente del Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copaco), anni prima era riuscito a far passare tutte le decisioni, sempre all’unanimità, con argomentazioni impeccabili, mai di parte.

Con la leggerezza del romano e la serietà del bolzanino d’adozione aveva visto giusto sulla deriva del web e sulla maggiore attenzione che occorreva dedicare al tema ambientale e alla giustizia sociale. Sulla ‘rete’, pur contrario ad ogni forma di censura, dieci anni fa scriveva che quando ‘si va oltre i limiti si armano le mani’.

In questi pochi mesi a Palazzo Spada lascia un grande vuoto soprattutto con l’esempio del suo stile, che è servito anche a svelenire gli animi tra le varie correnti interne in perenne lotta tra loro in cerca di posti al sole nei vari Palazzi e Gabinetti del Potere.

Chi raccoglierà il suo testimone? Luigi Maruotti, l’attuale Aggiunto con il cuore a sinistra, un carattere spigoloso e una grande amicizia con il governatore della Campania Vincenzo De Luca parte come grande favorito. Ma semmai non ce la facesse , sono in corsa Carmine Volpe, ex capo del Tar del Lazio e vicino al centrodestra, e Luigi Carbone, giurista di rango, – appassionato musicista che con la sua band, Neapolitan Contamination, mischia musica jazz, blues con canzoni partenopee – già capo di gabinetto di “Topolino” Tria. Speriamo che nel segno di Frattini anche il nuovo Presidente del Consiglio di Stato, nonostante i veleni che soffiano impetuosi in questi giorni a Palazzo Spada, passi all’unanimità. Significherebbe che la lezione del vecchio Maestro di sci non è rimasta inascoltata. Berlusconi, Renzi ed Enrico Letta ne traggano insegnamento.

Luigi Bisignani, Il Tempo, 27 dicembre 2022