Addio a Scruton, il conservatore che piaceva ai liberali

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Oggi è mancato un grande del pensiero conservatore: Roger Scruton. Mesi fa feci questa riflessione, che riguardava noi liberali. Non esattamente the cup of the di Scruton ma perché sbagliammo e sbagliamo a non pensare di allargare il nostro pantheon anche con una certa parte del pensiero conservatore. Oggi, in fondo, viene a mancare un pezzo della nostra casa intellettuale. Ecco perchè.

Bisogna avere il coraggio di ammettere che i liberali rischiano di essere quattro gatti. Per di più litigiosi. Cosa possiamo fare per evitare che alle presentazioni dei nostri libri partecipino, oltre al libraio, moglie con e graditi figli, altre otto persone? Come possiamo organizzare incontri in cui le sale, già di per se piccole, non siano orribilmente vuote? Posto che sulla nostra capacità di litigare non abbiamo rivali e difficilmente possiamo intervenire, potremmo almeno confonderci, di contagiare. Cerco di spiegare meglio.

Fino ad oggi il termine liberale si è in effetti confuso con tutti. Non nel senso più profondo del termine, ma solo in quello letterale. Oggi chi, evocando un vecchio grande liberale, non si definisce tale? Su questo dobbiamo mantenere il punto. Un liberale non può essere socialista, il liberal socialismo è una balla inventata dai socialisti che non avevano il coraggio di definirsi semplicemente tali. Una frescaccia alimentata anche da quei liberali che pensavano di essere più a la page, non capendo che Pareto, Hayek, Friedman, non si sono mai sognati di abdicare ai propri principi per avere un posto più comodo in un premio letterario.

Dicevamo, però, che un modo per “contagiare” una platea più vasta lo dobbiamo trovare. E lo spazio c’è, eccome: a destra. I liberali, per intenderci, devono mollare Daherendorf (un mito dei lib-lab anni 80) e pensare a Scruton a Millet. Cerchiamo di andare sul concreto. E partiamo da un grande tema di questi tempi, l’immigrazione. Il liberale è convinto con Bastiat e Antonio Martino che “dove non passano le merci, passano le armi”, insomma che la libera circolazione di oggetti e persone, siano il fondamento di una società libera. Locke, se volete in modo un po’ utopistico prima di Bastiat, ci spiegò che i governi autocratici della sua epoca pretendevano un tacito consenso dei propri cittadini-sudditi nel restare nei confini di quegli stati e subire così la “violenza legale” dl governo-sovrano. Ma avevano un’arma, spuntata, cioè la libertà si andarsene da quella comunità e una garanzia, ideale, e cioè che i diritti naturali non fossero compromessi da chi governava.

Insomma la libertà di movimento è una libertà che è cara ai liberali. Ma i liberali ricordano, o dovrebbero ricordare, anche Hayek il quale ci dice che le nostre istituZioni non sono nate dal progetto di pochi, ma dalla selezione dell’ordine spontaneo, che ha vinto su sistemi concorrenti. Dovremmo anche ricordare Dario Antiseri che ci rammenta come la nostra civiltà occidentale sia figlia più che degli déi greci delle tradizioni giudaico cristiane. Come la mettiamo dunque con l’attuale ondata migratoria? Come possiamo accettare passivamente flussi enormi di popolazioni che vengono da noi proprio in virtù dl fallimento del loro ordine. E con la pretesa di applicare da noi tradizioni che oltre che in contrasto con le nostre, sono responsabili della loro arretratezza sociale?

Su questo piano, un liberale del prossimo secolo è più vicino ai conservatori o alla sinistra progressista del salotto unico mondiale, con sedute capitonè che vanno da New York, passano per Parigi e Bruxelles, e si accomodano a Milano? È chiaro che il liberale sia più vicino ai conservatori.
Un secondo piano è quello economico. E riguarda il nuovo moloch statuale che si sta affermando, quello dei social media, o come ha scritto magnificamente Riccardo Ruggieri in America, un romanzo gotico, quello delle felpe. Anche in questo campo, in modo forse controintuitivo, il liberale dovrebbe fare una scelta di campo conservatrice. Non si può e non si deve contrastare la rivoluzione industriale, che è cosa buona e giusta. Non si può pretendere che la globalizzazione sia un processo arrestabile. Entrambi porteranno vantaggi all’uomo di cui oggi è difficile vedere tutti contorni, un po’ come lo era nel 1800 capire cosa avrebbe portato la rivoluzione industriale.

Insomma non possiamo fare l’errore di Dickens nel raccontare la Londra insuttriale solo con gli occhi della piccola Dhorothy. Ma anche in questo campo la sfida liberale è più vicina alle ragioni conservatrici che a quelle che si autodefiniscono progressiste. Le grandi multinazionali digitali, al netto delle innovazioni che stanno introducendo, stanno coltivando in sè un germe assolutista, imperiale si sarebbe detto un tempo, illiberale si potrebbe dire oggi. Il loro modello non prevede, come magnificamente è descritto in The Circle, la pillola blu di Matrix. Vivono e scrivono una nuova religione che si nutre del loro successo commerciale, cosa di per sé ottima, ma che nasconde un’ipocrisia pericolosissima. Si affermano in modo talebano i diritti delle minoranze in casa e si autoconcedono terreni di assoluta insindacabilità nei loro comportamenti.

Apple si può rifiutare di concedere le chiavi del proprio telefonino al Fbi, in nome, liberale, della privacy occidentale. Ma non ci pensa un attimo a concedere allo stato cinese la possibilità di censura dell’informazione. Non è una contraddizione. È la conseguenza di un atteggiamento di chi si considera Stato, più di uno Stato, e come tale si rapporta con le entità politiche e i consumatori. Cosa altro sono le loro richieste alla cessione del nostro consenso per far parte di un social media, o per scaricare una nuova versione di un sistema operativo, se non il tacito consenso degli stati autocratici di Locke, di cui abbiamo parlato.

Il liberale oggi ha sfide nuove. Il suo metodo è nato e si è sviluppato con la sua rivoluzione industriale. Sta affrontando quella digitale. E i punti di contatto con il pensiero conservatore sono molto maggiori che quelli con la sinistra globalizzata e politicamente corretta delle felpe.

Nicola Porro

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