Sei imputati assolti, un agente di polizia finito nel mirino della Procura e una sentenza che finisce per spostare il peso dell’accusa dagli arrestati agli uomini in divisa. È questo il cuore della decisione del Tribunale di Milano sul caso nato nella notte del 4 ottobre 2025, quando un intervento per una segnalazione di imbrattamento davanti al Gibus Cafè di viale Tunisia degenerò in una lunga e caotica operazione di polizia, con tredici persone arrestate, proteste, telefonini puntati, agenti circondati e tre operatori refertati.
I giudici hanno assolto i sei imputati dall’accusa di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Ma nelle motivazioni non si limitano a registrare l’insufficienza del quadro probatorio. Vanno oltre. Parlano di arresti eseguiti con modalità “palesemente violente”, ipotizzano che la percezione degli agenti sia stata alterata da una sensazione di accerchiamento e dispongono la trasmissione degli atti alla Procura sull’agente Sammarco per valutare l’ipotesi di falsa testimonianza.
Così una notte di ordine pubblico, vissuta dagli operatori in mezzo al caos, viene riletta mesi dopo al rallentatore. E il risultato è un ribaltamento netto: i ragazzi assolti, la Polizia sotto processo nelle motivazioni. Con una domanda che resta sul tavolo: come si pretende che gli agenti eseguano un arresto in mezzo a una folla che urla, si avvicina, filma e si frappone, se poi ogni uso della forza rischia di diventare il vero capo d’accusa?
I sei imputati accusati di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale sono stati assolti. La formula è perentoria: “per non aver commesso il fatto”. Ma la parte più significativa non è solo l’assoluzione. È il linguaggio utilizzato per descrivere l’operato degli agenti. I giudici arrivano a definire l’azione della polizia rapida ed efficiente, sì, ma anche “palesemente violenta”. Parlano di una percezione condizionata da allarme e accerchiamento. Ipotizzano perfino che le lesioni riportate dagli agenti possano essere riconducibili al loro stesso modo di operare. E qui nasce il cortocircuito.
Perché quella notte, davanti al Gibus, non c’era un seminario universitario sul diritto di critica. C’era un intervento di polizia nato da una segnalazione per imbrattamento. C’erano persone che protestavano, urlavano, si avvicinavano agli agenti, riprendevano con i cellulari, si frapponevano, contestavano, cercavano di capire o di impedire, a seconda dei casi. C’erano agenti impegnati a portare via un arrestato. C’erano auto di servizio circondate. C’era una situazione che la stessa sentenza definisce una “operazione di Polizia piuttosto complessa”, durata circa venti minuti, con molte pattuglie intervenute e tredici arresti complessivi. E allora la domanda è semplice: che cosa dovrebbe fare un poliziotto in quel momento?
Dovrebbe forse fermarsi e distinguere, con la freddezza di un montaggio video, chi protesta, chi intralcia, chi trattiene, chi spinge, chi urla, chi filma, chi si avvicina solo per chiedere spiegazioni e chi invece contribuisce ad aumentare la tensione? Dovrebbe compilare mentalmente una tabella, mentre intorno la scena si muove, le persone gridano, l’arrestato deve essere caricato in macchina e i colleghi cercano di creare un cordone? Il punto è tutto qui. La giustizia guarda i fatti dopo. La polizia li vive durante.
Nella ricostruzione della sentenza ci sono passaggi che dovrebbero far riflettere. Si legge che, mentre tal Hagos viene portato verso l’auto di servizio, alcuni presenti entrano fisicamente nella scena. Una ragazza si lancia tra i poliziotti e la vettura. Un’altra trattiene un agente cingendolo al petto e ne spinge un altro fino quasi a farlo cadere. Qualcuno si attacca alla maniglia della portiera. Gli agenti riescono con fatica a far salire l’arrestato in macchina. Un poliziotto tiene aperta la portiera con le gambe mentre spinge l’uomo all’interno, altri tengono lontani i presenti e li invitano a spostarsi. Questa sarebbe una scena da derubricare a semplice protesta?
Il nodo, ormai, sembra essere diventato persino più profondo: si pretende che la Polizia garantisca l’ordine pubblico, ma senza usare davvero la forza quando la forza diventa necessaria. Come si respinge una violenza? Con i gessetti colorati? Con un appello alla buona educazione? Con un corso accelerato di comunicazione non ostile mentre qualcuno si frappone a un arresto, strattona un agente o impedisce a una volante di partire? La forza pubblica si chiama così per una ragione. Deve essere proporzionata, controllata, verificabile. Ma se ogni intervento fisico viene letto come un’anomalia, se ogni atterramento diventa automaticamente “violento”, se ogni uso dell’energia necessaria a eseguire un arresto viene sospettato come abuso, allora il messaggio è devastante: la Polizia deve intervenire, ma possibilmente senza toccare nessuno.
Tanto più che la stessa sentenza, nel descrivere quei momenti, riconosce che “l’atteggiamento della Polizia verso gli astanti” appariva “ancora controllato”, salvo le fasi di maggiore concitazione. Ecco il punto. Gli agenti, in quel contesto, non potevano traccheggiare. Stavano tentando di concludere un arresto, proteggere i colleghi, evitare che la situazione degenerasse e portare via una persona mentre attorno a loro cresceva la pressione del gruppo.
Nessuno dice che l’uniforme renda infallibili. Nessuno sostiene che ogni intervento di polizia sia, per definizione, perfetto. Ma c’è una differenza enorme tra controllare l’operato degli agenti e trasformare ogni intervento energico in un sospetto abuso. C’è una differenza enorme tra assolvere degli imputati perché manca la prova oltre ogni ragionevole dubbio e suggerire che, in fondo, il problema vero siano stati i poliziotti.
Il Tribunale sottolinea che i ragazzi non avevano armi. Bene. Ma da quando l’assenza di armi rende innocuo un contesto di massa? Da quando, per creare pericolo o impedire un intervento, servono coltelli, bastoni o spranghe? Un gruppo numeroso, agitato, ravvicinato, che contesta e si frappone durante un arresto può diventare un problema di ordine pubblico anche a mani nude. Anzi, spesso è proprio lì che il rischio cresce: nella confusione, nel contatto fisico, nella pressione del gruppo, nell’effetto domino.
E infatti tre agenti riportano lesioni documentate da referti. Poi si potrà discutere se quelle lesioni siano state causate da condotte specifiche, da urti, da cadute, dalla concitazione dell’intervento. È materia processuale. Ma liquidare il tutto ipotizzando che possano derivare dal modo di operare degli stessi agenti è un passaggio che lascia perplessi. Perché chi fa ordine pubblico non agisce in laboratorio. Agisce nel caos. E il caos produce urti, cadute, strappi, errori, percezioni imperfette.
Altro punto: i video. La sentenza li valorizza molto. Ma riconosce anche che si tratta di una “documentazione parziale dell’accaduto”: filmati realizzati da alcuni ragazzi, girati dopo l’inizio dell’intervento e con l’intento di documentare ciò che veniva percepito come abuso. Non sono la realtà intera. Sono pezzi di realtà. Utilissimi, certo. Ma non possono cancellare ciò che un agente vede, sente e teme in diretta, dentro una scena che cambia di secondo in secondo.
Il paradosso finale riguarda l’agente Sammarco. Dopo l’assoluzione degli imputati, il Tribunale dispone la trasmissione degli atti alla Procura perché venga valutata l’ipotesi di “falsa testimonianza”. E il messaggio che rischia di passare alle forze dell’ordine è devastante: intervenite, rischiate, prendetevi insulti, spintoni e denunce, poi aspettate che qualcuno analizzi tutto al rallentatore e vi spieghi che avete percepito male.
C’è poi un dettaglio che dice molto. La stessa sentenza dà atto dell’assenza di specifici protocolli della Questura di Milano in materia di arresto e gestione delle situazioni di rischio per l’ordine pubblico. E allora eccolo il vero scandalo: chiediamo agli agenti di gestire situazioni esplosive senza strumenti chiari, senza copertura operativa sufficiente, senza una cornice precisa. Poi, quando qualcosa va storto, li lasciamo soli. Prima in strada. Poi in aula. Infine sui giornali.
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La magistratura fa il suo mestiere. Ma anche noi dobbiamo fare il nostro: non accettare la caricatura per cui chi protesta è sempre una vittima e chi indossa una divisa è sempre un potenziale carnefice. Si può assolvere un imputato senza demolire moralmente un agente. Si può riconoscere l’insufficienza della prova senza trasformare un intervento difficile in un atto d’accusa contro la polizia.
Perché alla fine il punto non è solo viale Tunisia. Il punto è che in Italia l’ordine pubblico viene invocato da tutti quando le strade bruciano, ma viene difeso da pochi quando chi deve garantirlo finisce sotto processo mediatico e giudiziario. E allora diciamolo chiaramente: le forze dell’ordine devono rispettare la legge. Sempre. Ma uno Stato serio deve rispettare anche loro. Soprattutto quando, alle quattro del mattino, sono gli unici a metterci la faccia.
Massimo Balsamo, 8 luglio 2026
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